La romanità con la R “maggiore”

300px-FascistisuMarteLa questione della manifestazione di ieri al Colosseo, voluta da Alemanno, in sostegno dei marò, rivela l’assoluto e totale disprezzo dell’attuale sindaco per le regole. Fermo restando che non riesco esattamente a comprendere quale fosse l’urgenza (mi sembra piuttosto un problema di scarsa organizzazione: i marò sono tornati in India da una decina di giorni e non credo che il palco issato ieri accanto al Colosseo sarà determinante nel guidare le decisioni dell’alta corte indiana), non capisco neanche perché non si potesse scegliere una sede diversa per la manifestazione: il Campidoglio ad esempio o una delle centinaia di piazze romane. Ho la sensazione che alla base di quanto accaduto ieri ci sia il braccio di ferro che il sindaco da mesi sta facendo con la soprintendenza archeologica romana. Prima la questione del decoro della piazza  del Colosseo affollata di gladiatori e di porchettari, poi il problema dell’enorme trincea che si innalzerà tra pochi giorni accanto all’Anfiteatro Flavio per intraprendere i lavori per la metropolitana (qualcuno un giorno riuscirà a convincermi, forse, che è necessario aprire una nuova stazione proprio nel mezzo di una delle più importanti aree archeologiche del mondo) e che, per quasi un decennio, renderà l’accesso al Colosseo un’operazione ai limiti dell’avventuroso per turisti e visitatori. Una battaglia contro la Soprintendenza Archeologica statale intrapresa dal Sindaco, dicevamo, in nome della volontà di liberarsi dei proverbiali lacci e lacciuoli imposti dalla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, uno di quei beni comuni di cui si parla molto ultimamente.

Infine l’uso della piazza e del monumento come sfondo per le prodezze del sindaco Alemanno: certamente uno sfondo pregno di romanità (con la R maggiore). Ma oltre che uno sfondo il Colosseo è anche altro. Molto altro. Potremmo dire del valore identitario, culturale, archeologico. Del suo essere il vero e proprio simbolo di Roma nell’immaginario di milioni di persone. Ed i simboli non dovrebbero essere logorati: simbolicamente o materialmente che sia. Infine. Concordo pienamente con quanto detto da Adriano La Regina in un’intervista a Repubblica: se le regole esistono vanno rispettate. Poi possono essere messe in discussione e anche cambiate. Ma non vanno mai disattese e tantomeno calpestate.

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Come se niente fosse…

Si. Come se niente fosse ricomincio a scrivere dopo qualche mese di pausa.

Alla fine di luglio ho partecipato ad una visita alla Domus Aurea (chiusa da diversi anni al pubblico) voluta dal senatore Marcucci (PD) per verificare quale fosse l’effettivo stato del sito e quali fossero i reali progetti di intervento dell’amministrazione commissariale. Ovviamente il sito è in una situazione difficile. Le infiltrazioni di acqua, il peso del terreno sulle volte, lo stato degli apparati decorativi superstiti impongono,  prima che si possa pensare ad una riapertura alla pubblica fruizione, una vasta e complessa opera di messa in sicurezza delle strutture e delle decorazioni.

E dopo, cosa accadrà dopo? E’ pensabile che la Domus possa essere riaperta senza condizioni al pubblico dei romani e dei turisti che, siamo certi, si affollerebbero per ripercorrere i passi di Nerone? O invece, per garantire chel’intero complesso si conservarsi il più a lungo possibile, il sito sarà aperto ad un numero molto limitato di visitatori, una ventina ogni ora, 150, al massimo 200 al giorno?

In che modo si offre un migliore servizio al paese, alle future generazioni, alla cultura, all’innovazione (ecc.) ?

Io un’opinione la ho…

 

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il Poeta è un fingitore

Ci scuserà Pessoa per l’uso improprio (ed ironico) del titolo, ma sembrava adatto.
Ho evitato per l’intero finesettimana di leggere la lettera di Bondi a Il Foglio a proposito della Giornata dello Spettacolo presso il Quiranale dello scorso 12 novembre. Ma poi ci sono cascata…
I contenuti della lettera del Ministro sono quelli che sono: attori, registi, teatranti sono servi, accattoni, schiavi e, sopprattutto, irridenti verso di lui che, incompreso, tenta di liberarli dal loro stato di schiavi attraverso la previsione di leggi che “non contempleranno più la posa prona, il servaggio, l’accattonaggio dell’artista al politico“. Quasi si pente, poi, di aver reintegrato il Fus (e quindi di non aver seguito il consiglio di Brunetta di chiudere i rubinetti) visto che attori e registi non sono mossi dal fuoco dell’arte ma da un “pregiudizio politico ostinato”.

Bene, questi i fatti.
Una notazione per iniziare. Non so bene cosa abbiano fatto Giovanna Mezzogiorno e Massimo Ranieri per apparire irridenti nei confronti di Bondi e servili verso il Presidente della Repubblica. A pensar male si potrebbe dire che forse il Ministro abbia sofferto di non essere lui stesso fatto segno di sufficienti dimostrazioni di rispetto e di adeguate genuflessioni. Ma questo a pensar male.
D’altro canto, se dimostrazioni di rispetto sono comportamento congruo nei confronti di un ospite, lo sono a maggior ragione nei confronti del Presidente della Repubblica. Ma anche queste sono questioni di lana caprina.

Il tema vero, quello che motiva il titolo di questo post, sono le affermazioni circa le previsioni di leggi che libereranno gli schiavi dal loro stato di servaggio. Bondi/Spartacus, tuttavia, non ci spiega quali siano le risolutive proposte di legge che ha presentato fino ad oggi in Parlamento o in Consiglio dei Ministri..
A quanto risulta, l’unica proopsta di legge che affronta le questioni dello spettacolo attualmente all’esame del Parlamento è la proposta di legge quadro sullo spettacolo dal vivo: AC 136 Carlucci e abbinate (C.
459 Ciocchetti, C.
769 Carlucci, C.
1156 Ceccacci Rubino, C.
1183 De Biasi, C.
1480 Zamparutti, C.
1564 Giammanco, C.
1610 Zazzera, C.
1849 Rampelli, C.
1935 Caparini e C.
2280 Goisis).

Se poi l’Abramo Lincoln di piazza del Collegio Romano si riferisce al Tax Credit va ricordato – ancora una volta – che quel provvedimento fu voluto dal Ministro Rutelli, successivamente soppresso dal Governo Berlusconi e infine reintegrato dopo le proteste degli schiavi in questione. Ma di estensione del Tax Credit e Tax Shelter alle attività dello spettacolo dal vivo ancora non se ne vede traccia.
Proposte di legge quadro sul cinema non mi pare siano state presentate dal Minstro e il settore continua a vivacchiare secondo meccanismi che, nella sostanza, risalgono ad una settantina di anni fa.

Fino ad oggi l’attività di questo governo si è sostanziata in un’altalena di tagli e concessioni di parziali reintegri di fondi. E, lo sa bene il Ministro, sono le regole certe che liberano i cittadini (teatranti o meno) dalla schiavitù e dalla dipendenza dalla politica, e non le concessioni o i favori.
Perché le parole del Mininstro rivelano una grave contraddizione, quasi un lapsus, laddove si scaglia contro “l’accattonaggio dell’artista al politico” e poi scrive che forse sarebbe dovuto pentire di aver reintegrato il FUS.
Perché se da un lato l’ammontare del Fus non dovrebbe dipendere dall’umore del Ministro o dalla sua irritazione nei confronti di attori o saltimbanchi (chè questo è il modo di creare soggezione), d’altra parte i finanziamenti allo spettacolo non sono semplicemente una dazione ad alcune categorie, ma un modo di sostenere un’attività di cui fruiscono, prima di tutti i cittadini. E questo non può essere il prodotto della buona volontà o della buona disposizione del ministro o del governo.

Infine una riflessione sul metodo. Le leggi, le regole, le cornici all’interno delle quali gli addetti si muovono, non sono prodotte dalle categorie stesse, ma sono definite dalla politica e dai governi. Se questo governo, e gli altri prima di esso, non sono stati in grado di dar vita ad un sistema capace di selezionare i soggetti destinatari dei contributi, la colpa, mi spiace dirlo, non è degli addetti, ma della politica e dei governi. Poi, non c’è dubbio, che il mondo dello spettacolo ci ha messo del suo.
Ma il Ministro non è una vergine guerriera che combatte contro le ingiustizie.
Perché o si è parte della soluzione o si è parte del problema.
E Bondi non sembra essere parte della soluzione.  

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Contro i Bronzi di Riace

Memore di una lezione collettiva con due colleghi tenuta la scorsa primavera all’Università della Calabria, ho seguito con attenzione il recente dibattito sulla stampa a proposito dell’eventuale traasferimento dei Bronzi di Riace per provvedere ad alcuni restauri.
La stampa regionale, gli amministratori di Reggio Calabria, la politica locale, la popolazione si è fieramente opposta all’eventualità ottenendo, alla fine, che i Bronzi rimangano in sito e che gli eventuali restauri si effettuino in loco.
Bene, male? Non lo so. Non saprei dire se fosse più opportuno trasferirli per qualche mese a Firenze o a Roma o se invece sia possibile intervenire con la medesima efficacia anche a Reggio.

La questione è diversa e concerne la vera e propria isteria collettiva che si produce in Calabria ogni volta che si parla dei Bronzi di Riace.
Opere di grande (grandissimo) interesse archeologico e storico artistico, sono diventati un’allegoria, un simbolo per tutti i calabresi. E come spesso accade per i simboli, il loro significato vero, si è andato a perdere dietro a sensi e logiche che pochissimo hanno a che fare con i Bronzi intesi come testimonianza della cultura antica.
Allora. Il museo archeologico di Reggio Calabria ha avuto nel 2008 poco più di 130 mila visitatori. Pochi, pochissimi: una quantità ridicola specie se confrontata alla esibita attenzione di amministratori, politici, popolazione e studenti. Specie se pensiamo che la Calabria conta circa 2 milioni di abitanti e che quindi, poco più del 5 per cento di quei tifosi hanno deciso di perdere mezz’ora per andare a vedere i due monumentali bronzi. Per tacere del fatto che Reggio Calabria di abitanti ne conta poco meno di 800 mila e che, quindi, neanche un reggino su 6 ha trovato il tempo per andare a far visita ai due ospiti di Riace.

Malgrado tutto questo, in Calabria non si parla altro che dei Bronzi. Magari ci si dimentica della straordinaria teoria di siti archeologici (Sibari, Monasterace, Vibo, Capo Colonna, Scolacium, Punta Alice ecc.) delle decine di castelli normanni, aragonesi e svevi che resistono (a fatica) all’assalto della speculazione edilizia, delle basiliche e delle cattedrali, dei musei che punteggiano la regione, ma i Bronzi sono sulla bocca di tutti. Non li si conoscono tanto quanto non si conosce il resto della regione, ma se ne chiacchiera tanto.

I Bronzi sono un elemento drammaticamente perturbante nella gestione (o almeno tentativo di gestione) del patrimonio culturale calabrese. Sono l’alibi, il tema che distrae da tutto il resto.
Ai due poveri Bronzi sono state attribuite abilità salvifiche per l’economia, il turismo e la cultura della regione. Si è fatto credere (e si è voluto credere) che la loro semplice presenza potesse vivificare l’intero sistema. A prescindere da un sistema turistico precario, dalla carenza di investimenti, dalla devastazione delle coste, dalla speculazione edilizia, dalla mancanza di un bacino di utenza locale. A prescindere da tutto si è posta sulle spalle (che sono pure ben solide) dei due bronzi la responsabilità del (ri)lancio turistico della Calabria.
Ci sarebbero tante considerazioni da fare sul fatto che i due Bronzi non appartengono ai soli calabresi, ma all’intera umanità, che non sono patrimonio calabrese ma nazionale. O sul fatto che neanche i due ragazzi di Riace sono eloquenti e autoevidenti. E’ necessario conoscere la loro storia (quella che si conosce ed è stata studiata almeno), il contesto culturale da cui provengono, la tecnica di esecuzione e così via. Altrimenti si corre il rischio del feticismo, che essi diventino idoli apotropaici e non testimonanze.

Il Ministro Bondi ha stabilito che non siano portati altrove per essere restaurati. E tutti sono contenti. I due Bronzi, impropria sineddoche del patrimonio culturale della Calabria, sono salvi nel loro museo (tristi e solitari). La Calabria ha vinto. Il patrimonio culturale calabrese, no.

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Ricominciamo dai manager

Mi rifaccio ad alcune recenti dichiarazioni del Direttore Generale del MiBAC sullo stato dei siti culturali italiani. Resca (il DG in questione) ci dice che per migliorare lo stato di musei e siti italiani è necessario “snellire la burocrazia e supportare gli investimenti privati”.

La reazione che qualunque persona di buon senso dovrebbe avere è domandare:  e quindi?

Eh si. Perché dire che si deve snellire la burocrazia e supportare gli investimenti dei privati, è come dire che è necessario migliorare efficienza e efficacia dell’azione pubblica. E’ ovvio.
Un po’ come le concorrenti a Miss Italia che dichiaravano che il loro sogno era la pace nel mondo e la concordia universale.
Proporre “obiettivi” vaghi e, diciamocelo, un bel po’ scontati, trascurando di spiegare quale dovrebbe essere il metodo per ottenerli, è un po’ troppo facile. Mi verrebbe da dire che ne sono capace anche io… e da un direttore generale ci aspettiamo qualcosa di più.

Perché resta da stabilire, e scusate se è poco, cosa si debba intendere per efficacia ed efficienza nel settore della cultura.
Significa aumentare in maniera indefinita il numero dei visitatori dei musei senza badare al risultato della visita?
Significa sfruttare il più intensamente possibile i siti più noti ed attraenti trascurando quelli meno carismatici esattamente come si farebbe nel caso della produzione di beni di consumo?
Cosa significa efficacia in questo settore? A cosa deve mirare l’efficienza della PA?
Alla crescita delle competenze culturali dei cittadini o al perseguimento del pareggio di bilancio?
Insistere sul fatto che si deve comunicare “di più e meglio” come afferma Resca, è senza senso se non si stabilisce cosa si deve comunicare.

Queste, come altre dichiarazioni, sembrano una conferma della dilagante retorica di un management troppo spesso quasi completamente ignaro dei principi sottesi all’impegno pubblico nel settore della cultura oltre che della natura dei beni che dovrebbe gestire.

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A volte ritornano…

L’idea era quella di mettere da parte il blog per un po’ di tempo, mentre lavoravo alla trasmissione su REDTV.
Invece, se fossi stata più furba lo avrei capito prima, la quantità di sollecitazioni in questo periodo è molto crescituta e con essa anche i temi sui quali riflettere.

Questo senza considerare che i 30 minuti di Stendhal non riescono mai ad esaurire i temi che affronto. ed il blog può essere un modo per inserire informazioni aggiuntive.

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Stendhal

Domani, 29 aprile, alle 17 e 30 (circa) andrà in onda su RED TV la prima puntata di Stendhal, il programma di cui sono autrice e conduttrice, sulle politiche culturali.

Si può vedere al canale 890 di SKY o sul sito www.redtv.it
E speriamo sia venuto bene. 
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A proposito di valorizzazione…

Ho trovato questa notiziola che fa riflettere.

E’ riportata su l’Unione Sarda e sul sito del Comune di Sant’Antioco, piccolo comune della provincia di Iglesias Carbonia.
In occassione della manifestazione Maratonarte del luglio 2007, era stata identificata, tra le altre iniziative, l’antica necropoli punica di Sulky come destinartaria di un finanziamento di circa 420 mila euro per la sistemazione e la valorizzazione di alcuni sepolcri risalenti ad un periodo compreso tra il V e il III secolo a.c.. 
Maratonarte, come ci racconta il sito, è un’iniziativa promossa dall’ononima Onlus e dal Ministero per i beni e le attività culturali e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
E proprio la Presidenza del Consiglio dei MInistri sembra abbia deciso di dirottare quei 424 mila euro, originariamente destinati alla Soprintendenza Archeologica di Cagliari, al finanziamento delle infrastrutture da realizzare al nord della Sardegna in occasione del G8 della Maddalena.
La decisione della Presidenza del Consiglio è tanto più odiosa se si considera che Maratonarte aveva raccolto il denaro attraverso le donazioni volontarie dei cittadini.
Tra l’altro, il sindaco di Sant’Antioco, che aveva proposto di esporre i “leoni di Sulky” al G8, si è visto rigettare la sua proposta. Probabilmente il posto era già occupato dai recalcitranti bronzi di Riace. 
Insomma. Non credo sia necessario fare particolari considerazioni. Se non che se queste sono le politiche per la valorizzazione di questo governo, sarà meglio sperare che si interrompano al più presto.
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ancora beni culturali

Leggo l’articolo di Sandro Fontana su Libero

Quello che si dice un articolo virulento. Virulento nell’attacco diretto nei confronti della sinistra, di Salvatore Settis e nella difesa del ministro Bondi. Virulento nella difesa di una valorizzazione che quasi quasi sembra addirittura il finanziatore della tutela. 
Ma vediamo un po’ di cosa si tratta. Il Fontana parte dalla questione delle dimissioni di Salvatore Settis dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali accusato di essere un esponente della “cultura militante” e di non essere ricorso alle vie gerarchiche per presentare le sue doglianze rispetto alle politiche condotte fino a oggi dal Ministro. Per queste ragioni è stato giusto che il Ministro, che lo aveva graziosamente tenuto malgrado (si direbbe) fosse stato nominato da Rutelli, ha ben agito dimissionandolo e sostituendolo con Carandini. 
Aggiunge poi che i tagli al ministero sono giusti in quanto imposti dalla crisi e che bisogna farla finita con la mentalità vincolistica e avanzare verso la vera priorità rappresentata dalla valorizzazione. 
Allora. Intanto di militanti della cultura magari ce ne fossero. Sono purtroppo trascorsi i tempi in cui personaggi come Giulio Carlo Argan, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Corrado Alvaro, Giuseppe Cederna, Lionello Venturi, Cesare Brandi, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Prezzolini e tanti altri che adesso non mi vengono in mente, univano all’attività di intellettuali l’impegno nella società. 
Andrebbe poi ricordato che Salvatore Settis fu chiamato da Urbani e da Buttiglione e che la nomina a capo del Consiglio Superiore fu solo il prosieguo di una collaborazione con i vertici politici (di centro destra) del MiBAC. Viene da domandarsi se la militanza di Settis si sia materializzata solo negli ultimi 11 mesi o se fosse presente anche prima. Fermo restando che, a ben guardare, la vena critica di Settis non ha mai mostrato particolari preferenze dal punto di vista politico. Se poi si ritiene che il vertice del Consiglio Superiore debba essere acritico, tanto vale abolirlo. 
Non posso, poi, concordare con l’autore dell’articolo quando afferma che in mancanza di valorizzazione verrebbero meno le risorse da destinare alla tutela. Innanzi tutto perché non è necessariamente detto che la valorizzazione produca introiti diretti: non si può pensare, cioé di valorizzare solo i beni cosiddetti carismatici che attirano le masse di visitatori. Il tessuto italiano è fatto di un brulichio di beni meno attraenti o di più complesso approccio da parte dei fruitori che non è pensabile abbandonare a loro stessi. A questo si aggiunga che se solo calcolassimo quanta parte del PIL è prodotto dal patrimonio culturale ci accorgeremmo che il patrimonio culturale potrebbe vantare un credito immenso. Peraltro io credo che vi sia poca chiarezza, ancora una volta, su cosa l’ordinamento italiano intenda per valorizzazione del patrimonio culturale che consiste, secondo il Codice dei Beni Culturali: nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio cultiurale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Ecco si parla di assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica e non le condizioni piu vantaggiose economicamente per i proprietari dei beni. Valorizzare bene potrebbe costare più di quanto fa guadagnare mandando a gambe all’aria il teorema di Fontana.
Infine, come dice Fontana, la tutela è un dovere costituzionale (esattamente come la libertà religiosa, il ripudio della guerra, l’indivisibilità della Repubblica) e quindi, aggiungo io, non è negoziabile. Non può dipendere da elmenti esterni. A nessuno verrebbe in mente di dire: poiché c’è la crisi, deroghiamo all’articolo 11 della Costituzione e invadiamo la Svizzera. Allo stesso modo non si può affermare che visto che c’è la crisi si deroga al dovere della Repubblica di tutelare il patrimonio storio artistico della nazione.
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brevemente

Dell’articolo di Baricco hanno parlato un po’ tutti.

Io un principio lo condivido: i soldi pubblici per la cultura si spendono malissimo e il sistema basato sui finanziamenti diretti dovrebbe essere limitato alle tipologie di produzioni più deboli. 
Ma questo vale solo se si dà vita ad un solido sistema di defiscalizzazione e detassazione degli investimenti e della sponsorizazione privata e si forniscono strumenti che facilitino l’attività di produzione (accesso al credito, miglioramento dei servizi forniti dalla PA, stimolo al consumo ecc.). Il che, però, non si traduce necessariamente nella riduzione della spesa da parte del settore pubblico ma potrebbe, piuttosto, moltiplicare l’offerta, migliorarla qualitativamente, creare una vera imprenditoria culturale. 
Ma, come ho spesso ripetuto, la crescita dell’offerta non comporta una proporzionale crescita della domanda. 
Le ragioni della esiguità dei consumi culturali in Italia sono tanti (uno fra tutti è da ricercare nel fatto che l’industria culturale nasce in un epoca in cui il pubblico di massa della cultura non esisteva) e consiglio di leggere il libro di David Forgacs sulla Industrializzazione della cultura in Italia 1880 – 2000. 
Concordo con Baricco quando dice che le televisioni commerciali non hanno fatto altro che occupare spazi disabitati insinuandosi in una frattura che esisteva già da tempo. Le TV commerciali non hanno trasformato un popolo di santi, poeti e intellettuali in una mandria di guardoni, disimpegnati e ignoranti. Ma certamente ha proposto pervasivamente modelli lontani da ogni idea di crescita culturale, capacitazione e competenza nelle scelte. 
Qui si apre una contraddizione. 
Per quale ragione la televisione dovrebbe essere ulteriormente finanziata per fare qualcosa che oggi non fa pur essendo finanziata per farlo?
Mi spiego. La televisione pubblica richiede agli spettatori un canone in ragione del suo essere televisione di servizio. Malgrado ciò non si comporta da servizio pubblico: pochissimo teatro, pochissima musica, niente danza, niente programmi culturali, pochissima informazione (nessun programma di approfondimento sulla politica internazionale), pochissimo cinema di qualità in prima serata, pochissima diffusione dei temi legati al pensiero filosofico, alla storia, all’arte, alle mostre. E potrei andare avanti così. 
Cosa ha impedito fino ad oggi a mamma Rai di fare tutto ciò? e per quale ragione lo spostamento di denaro dalla produzione teatrale alla televisione pubblica dovrebbe indurla a farlo? Non è già nella sua missione? 
La scuola, a sua volta potrebbe fare molto più di ciò che fa. La crescita della cultura del dilettantismo tra gli studenti sarebbe un ottimo mezzo per creare capacità di lettura e comprensione dei linguaggi della musica, del teatro e così via. Vorrei però fare un appunto a Baricco: quando dice che abbiamo studenti che ne sanno più di Verdi che di chimica, sbaglia. L’Italia è uno dei paesi in cui la cultura scientifica è più negletta (e diciamo grazie a Benedetto Croce). Quasi tutti sanno cosa è la Divina Commedia. Pochissimi saprebbero spiegare un banale problema matematico. 
Infine (che è ora di cena). Innanzi tutto l’editoria gode anche essa di provvidenze pubbliche (più o meno dirette) e lo stesso dicasi dell’industria discografica. E non concordo quando si dice che fanno cultura. Sono più semplicemente i vettori/diffusori dei prodotti culturali. Pubblicano quello che vogliono e quello che va. Sono imprenditori. Non necessariamente operatori culturali. E i librai sono commercianti di libri, come gli antiquari sono commercianti di antichità. E chi entra in libreria compra quello che trova e non quello che vorrebbe trovare. 
Il che, mi si permetta, non è cosa da poco.
Lo so, sono stata confusa e poco conseguente. Forse farò di meglio in seguito.
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