Ricevo (dalla mia amica, complice e sodale Alessandra) e volentieri pubblico...Cara amica e ragazza semplice, letto il tuo "Bond del cinema" ( ...e forse davvero può trattarsi di James) non ho potuto resistere al report de
Il Velino sull'idea di Banca per il cinema del Signor Fabio Verna.... E mi sono detta: forse possiamo, tutti insieme, dare una mano alla
finanza azzurra per la cultura a chiarirsi le idee su alcuni (piccoli) dettagli della storia recente dell'economia del cinema italiano.
Prima di tutto (giusto per il gusto della precisazione!): a meno di qualche erronea interpretazione giornalistica, come anche tu hai annotato, sembra che gli amici convenuti all'incontro di Forza Italia, nella loro appassionata discussione, abbiano dimenticato di riferire qualche particolare circa le strategie politiche seguite dai diversi governi nell'ultimo decennio in fatto di cinema. Per esempio: sul FUS ed i tagli che esso ha subito si è dimenticato di dire che questi tagli sono avvenuti in un periodo ben preciso e cioè tra il 2002 ed il 2005, sotto il governo del Cavaliere e di Giuliano Urbani (allora ministro per i beni e le attività culturali). Inoltre, pare che il motivo di questa scelta ineluttabile fosse l'alto debito pubblico ed un bilancio dello Stato che di certo non godeva di ottima salute. Ma non risulta dalle cronache politiche, né d'allora, né di oggi, che la riduzione del Fondo Unico dello spettacolo abbia, poi, comportato miglioramenti significativi per il bilancio pubblico del nostro Paese. D'altronde stiamo parlando (oggi dopo il reintegro degli stanziamenti avvenuto con le leggi finanziarie 2007 e 2008) di circa 530 milioni di euro l'anno che lo Stato destina al sostegno e la promozione di tutte le attività di spettacolo (dal cinema, al teatro, alla musica, alla lirica, che, come noto, è il settore che più di tutti usufruisce del Fondo). Se poi dobbiamo limitare il campo a quanto lo Stato mette a disposizione della sola produzione cinematografica (perché questo pare sia stato il principale argomento dibattuto), allora stiamo parlando di circa 30 milioni di euro l'anno. Si può discutere, naturalmente, del fatto che siano spesi bene o no, che i film prodotti col sostegno pubblico siano o meno belli, appassionanti, rappresentativi, o, finanche, che sia giusto o meno destinare al cinema finanziamenti pubblici, ma mi pare difficile sostenere che da ciò dipenda il cattivo o il buon andamento dei conti dello Stato.
Sembra, poi, sempre da quanto riportato da
Il Velino, che l'On. Gabriella Carlucci si sia dovuta incatenare allo scranno della Camera dei deputati per ottenere benefici fiscali a favore di chi investe nella produzione e distribuzione del cinema italiano e, sinceramente, mi sfugge il motivo, dato che quelle misure sono state decise dal governo nella finanziaria 2008.E, poi, l'idea della banca d'affari per finanziare la produzione cinematografica italiana. Siccome non ho compreso granché bene in che cosa consistesse questo "fondo d'investimento per il sistema dell'audiovisivo" (così lo definisce Verna), ho cercato ancora informazioni sulla rete e ho trovato un articolo pubblicato su
Meridiano (20 marzo 2007, pag. 12) all'interno del quale Fabio Verna spiega più articolatamente la sua idea. Preso atto delle carenze finanziarie delle imprese di produzione italiane del settore, Verna spiega che la soluzione potrebbe essere nella creazione di una banca d'affari specializzata alla quale affidare la mediazione finanziaria di operazioni di cartolarizzazione di una quota parte degli introiti dei biglietti venduti con la quale quota la banca stessa rimborserebbe titoli obbligazionari precedentemente venduti sul mercato per finanziare i costi di produzione. Secondo Verna le opzioni che si prospetterebbero per l'emmissione dei titoli obbligazionari sarebbero due:
1. emissione di titoli per singola opera prodotta. Opzione considerata da lui stesso forse troppo rischiosa. Io, personalmente, tenderei a considerarla impossibile, almeno a norma di legge, dato che le obbligazioni sono titoli di credito e non può emetterli qualunque impresa. Si tratta, anzi, di strumenti finanziari tipici delle SpA. Come è noto questi titoli sono rappresentativi di prestiti contratti da una persona giuridica presso il pubblico (tutti in Italia conosciamo i BoT, per esempio) e ovviamente la loro emissione è soggetta a precise limitazioni, modalità e criteri. Tra questi vi è la garanzia data del capitale di rischio delle società e dalle loro riserve. La qualità (solvibilità) di chi emette le obbligazioni viene espressa normalmente con una misura globalmente riconosciuta: il rating. Il rating esprime la classificazione della qualità degli emittenti di un titolo obbligazionario secondo determinati criteri che spaziano dalla solidità finanziaria alla potenzialità dell'emittente. Ovviamente, più alto è il rischio che le obbligazioni di una data società rappresentano, minore sarà il voto e più alta la remunerazione spettante all'investitore. Forse è utile sapere in proposito che delle società di produzione cinematografica indipendente registrate dall'AGCom, che in tutto raccoglie 36 soggetti produttivi, solo 5 sono Società per azioni. Inoltre le maggiori imprese di produzione cinematografica (ma anche televisiva) indipendenti italiane, secondo i dati raccolti nel 9° rapporto sull'Industria della comunicazione in Italia - IEM, Fondazione Rosselli, hanno un fatturato annuo compreso tra i 10 ed i 20 milioni di euro. Solo Cattleya SPA, come produttore puro, ha raggiunto nel 2005 i 22,5 milioni di euro. Risultato: i maggiori volumi di produzione cinematografica nel 2005 sono stati quelli di Rai Cinema, Medusa e Cattleya le quali, proprio per questo motivo, sono state anche le maggiori fruitrici dei finanziamenti statali del FUS (basta consultare i dati forniti dall'Osservatorio del MiBAC). Infine, non mi soffermo sul fatto che i nostri produttori indipendenti, a causa della loro scarsissima forza contrattuale verso i principali fornitori di capitali alla produzione (e cioè, oltre allo Stato, Rai-RaiCinema, Mediaset-Medusa), non hanno un patrimonio di diritti di sfruttamento delle opere da loro stessi realizzate. Come dire: poveri in canna!
2. la seconda possibilità offerta da Fabio Verna è che l'emissione delle obbligazioni avvenga da parte di un soggetto creato
ad hoc si
potrebbe configurare quale "veicolo di collocamento". Allora mi sorge
il dubbio che si stia prefigurando la realizzazione di una fattispecie
di cartolarizzazione dei crediti, introdotta in Italia dalla Legge 30
aprile 1999, n. 130. Spiegherò brevemente di cosa si tratta e, poi, a
ciascuno toccherà farsi un'opinione:
lo
schema della cartolarizzazione dei crediti, che, secondo l'ABI e molti
competenti osservatori e studiosi, non è di solito impiegata per
smobilizzare crediti ad alto rischio, ma utilizzata per migliorare ed
irrobustire il mercato creditizio, prevede di norma l'esistenza di una
società (detta
originator) che cede un pacchetto omogeneo di propri crediti ad un'altra società cessionaria (detta veicolo e SPV -
special purpose vehicle); la società veicolo emette - in proprio oppure utilizzando un'altra società emittente - titoli e li colloca sul mercato dei risparmiatori/investitori. Il ricavo ottenuto dall'emissione dei titoli viene utilizzato per pagare alla società che ceduto i crediti il corrispettivo della cessione. La società che ha ceduto i crediti si avvantaggia di averli smobilizzati e gli investitori traggono vantaggio dai titoli acquistati. Nel caso in specie, mi domando: come si garantisce il rapporto tra il ricavo da bigliettazione ottenuto dai film (difficile stabilire il successo di un film a priori!) al botteghino (e quindi la consistenza patrimoniale della quota parte di questi introiti da destinare alla cartolarizzazione finanziaria) e il capitale, nonché gli interessi, da restituire a coloro che hanno acquistato i titoli?
Misteri dell'allegra finanza!