babele

Marzo 2008 Archives

Ancora Cinema

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Mercoledì 26 marzo 2008

 ore 18.30 - 20.00

all' Alpheus

via del commercio 36/38

 

ad un incontro con

Nicola Zingaretti

 

Candidato alla Presidenza della Provincia di Roma

 

Abbiamo chiesto di Partecipare

 

Vincenzo Vita, già Assessore alla Cultura della Provincia di Roma e sottosegretario alle Telecomunicazioni
Candidato al Senato della Repubblica - Lazio per il Partito Democratico

 

Roberta Agostini già presidente commissione Cultura della provincia di Roma

Candidata alla Provincia di Roma per il Partito Democratico

 

Massimiliano Baldini stretto collaboratore dell'Assessore Roberto Morassut, si è anche occupato dei problemi del Cinema nel territorio di Cinecittà

Candidato al Comune di Roma per il Partito Democratico

 

per illustrare le politiche del Cinema, dell'audiovisivo, della cultura, della comunicazione, delle politiche specifiche delle reti e contenuti, delle innovazioni tecnologiche attuali e future.

 

Il Presidente                                                                    Il Segretario

Elio Matarazzo                                                               Ezio Di Monte

Sfortuna

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Ha tutta l'aria di essere iniziato il Diluvio Universale. E io ho appeno comprato lo scooter nuovo. Se non è sfortuna questa.
Ricevo (dalla mia amica, complice e sodale Alessandra) e volentieri pubblico...

Cara amica e ragazza semplice,  letto il tuo "Bond del cinema" ( ...e forse davvero può trattarsi di James) non ho potuto resistere al report de Il Velino sull'idea di Banca per il cinema del Signor Fabio Verna.... E mi sono detta: forse possiamo, tutti insieme, dare una mano alla finanza azzurra per la cultura a chiarirsi le idee su alcuni (piccoli) dettagli della storia recente dell'economia del cinema italiano.
Prima di tutto (giusto per il gusto della precisazione!): a meno di qualche erronea interpretazione giornalistica, come anche tu hai annotato, sembra che gli amici convenuti all'incontro di Forza Italia, nella loro appassionata discussione, abbiano dimenticato di riferire qualche particolare circa le strategie politiche seguite dai diversi governi nell'ultimo decennio in fatto di cinema. Per esempio: sul FUS ed i tagli che esso ha subito si è dimenticato di dire che questi tagli sono avvenuti in un periodo ben preciso e cioè tra il 2002 ed il 2005, sotto il governo del Cavaliere e di Giuliano Urbani (allora ministro per i beni e le attività culturali). Inoltre, pare che il motivo di questa scelta ineluttabile fosse l'alto debito pubblico ed un bilancio dello Stato che di certo non godeva di ottima salute. Ma non risulta dalle cronache politiche, né d'allora, né di oggi,  che la riduzione del Fondo Unico dello spettacolo abbia, poi, comportato  miglioramenti significativi per il bilancio pubblico del nostro Paese. D'altronde stiamo parlando (oggi dopo il reintegro degli stanziamenti avvenuto con le leggi finanziarie 2007 e 2008) di circa 530 milioni di euro l'anno che lo Stato destina al sostegno e la promozione di  tutte le attività di spettacolo (dal cinema, al teatro, alla musica, alla lirica, che, come noto,  è il settore che più di tutti usufruisce del Fondo).  Se poi dobbiamo limitare il campo a quanto lo Stato mette a disposizione della sola produzione cinematografica (perché questo pare sia stato il principale  argomento dibattuto), allora stiamo parlando di circa 30 milioni di euro l'anno.  Si può discutere, naturalmente, del fatto che siano spesi bene o no,  che i film prodotti col sostegno pubblico siano o meno belli, appassionanti, rappresentativi,   o, finanche, che  sia giusto o meno destinare al cinema finanziamenti pubblici, ma mi pare difficile sostenere che da ciò dipenda il cattivo o il buon andamento dei conti dello Stato. Sembra, poi, sempre da quanto riportato da Il Velino, che l'On. Gabriella Carlucci si sia  dovuta incatenare allo scranno della Camera dei deputati per ottenere benefici fiscali a favore di chi investe nella produzione e distribuzione del cinema italiano e, sinceramente, mi sfugge il motivo, dato che quelle misure sono state decise dal governo nella finanziaria 2008.E, poi, l'idea della banca d'affari per finanziare la produzione cinematografica italiana. Siccome non ho compreso granché bene in che cosa consistesse questo "fondo d'investimento per il sistema dell'audiovisivo" (così lo definisce Verna), ho cercato ancora informazioni sulla rete e ho trovato un articolo pubblicato su Meridiano (20 marzo 2007, pag. 12) all'interno del quale Fabio Verna spiega più articolatamente la sua idea. Preso atto delle carenze finanziarie delle imprese di produzione italiane del settore, Verna spiega che la soluzione potrebbe essere nella creazione di una banca d'affari specializzata alla quale affidare la mediazione finanziaria di operazioni di cartolarizzazione di una quota parte degli introiti dei biglietti venduti con la quale quota la banca stessa rimborserebbe titoli obbligazionari precedentemente venduti sul mercato per finanziare i costi di produzione. Secondo Verna le opzioni che si prospetterebbero per l'emmissione dei titoli obbligazionari sarebbero due:

1. emissione di titoli per singola opera prodotta. Opzione considerata da lui stesso forse troppo rischiosa. Io, personalmente, tenderei a considerarla impossibile, almeno a norma di legge, dato che le obbligazioni sono titoli di credito e non può emetterli qualunque impresa. Si tratta, anzi,  di strumenti finanziari tipici delle SpA. Come è noto questi titoli sono rappresentativi di prestiti contratti da una persona giuridica presso il pubblico (tutti in Italia conosciamo i BoT, per esempio) e ovviamente la loro emissione è soggetta a precise limitazioni, modalità e criteri. Tra questi vi è la garanzia data del capitale di rischio delle società e dalle loro riserve. La qualità (solvibilità) di chi emette le obbligazioni  viene espressa normalmente con una misura globalmente riconosciuta: il rating. Il rating esprime la classificazione della qualità degli emittenti di un titolo obbligazionario secondo determinati criteri che spaziano dalla solidità finanziaria alla potenzialità dell'emittente. Ovviamente, più alto  è il rischio che le obbligazioni di una data società rappresentano, minore sarà il voto e più alta la remunerazione spettante all'investitore. Forse è utile sapere in proposito che delle società di produzione cinematografica indipendente registrate dall'AGCom, che in tutto raccoglie 36 soggetti produttivi, solo 5 sono Società per azioni. Inoltre le maggiori imprese di produzione cinematografica (ma anche televisiva) indipendenti italiane,  secondo i dati raccolti nel 9° rapporto sull'Industria della comunicazione in Italia - IEM, Fondazione Rosselli, hanno un fatturato annuo compreso tra i 10 ed i 20 milioni di euro. Solo Cattleya SPA, come produttore puro, ha raggiunto nel 2005 i 22,5 milioni di euro. Risultato: i maggiori volumi di produzione cinematografica nel 2005 sono stati quelli di Rai Cinema, Medusa e Cattleya le quali, proprio per questo motivo, sono state anche le maggiori fruitrici dei finanziamenti statali del FUS (basta consultare i dati forniti dall'Osservatorio del MiBAC). Infine, non mi soffermo sul fatto che i nostri produttori indipendenti, a causa della loro scarsissima forza contrattuale verso i principali fornitori di capitali alla produzione (e cioè, oltre allo Stato, Rai-RaiCinema, Mediaset-Medusa), non hanno un patrimonio di diritti di sfruttamento delle opere da loro stessi realizzate. Come dire: poveri in canna!

2. la seconda possibilità offerta da Fabio Verna è che l'emissione delle obbligazioni avvenga da parte di un soggetto creato ad hoc si potrebbe configurare quale "veicolo di collocamento". Allora mi sorge il dubbio che si stia prefigurando la realizzazione di una fattispecie di cartolarizzazione dei crediti, introdotta in Italia dalla Legge 30 aprile 1999, n. 130. Spiegherò brevemente di cosa si tratta e, poi, a ciascuno toccherà farsi un'opinione:
lo schema della cartolarizzazione dei crediti, che, secondo l'ABI e molti competenti osservatori e studiosi, non è di solito impiegata per smobilizzare crediti ad alto rischio, ma utilizzata per migliorare ed irrobustire il mercato creditizio, prevede di norma l'esistenza di una società (detta originator) che cede un pacchetto omogeneo di propri crediti ad un'altra società cessionaria (detta veicolo e SPV - special purpose vehicle); la società veicolo emette - in proprio oppure utilizzando un'altra società emittente - titoli e li colloca sul mercato dei risparmiatori/investitori. Il ricavo ottenuto dall'emissione dei titoli viene utilizzato per pagare alla società che ceduto i crediti il corrispettivo della cessione. La società che ha ceduto i crediti si avvantaggia di averli smobilizzati e gli investitori traggono vantaggio dai titoli acquistati. Nel caso in specie, mi domando: come si garantisce il rapporto tra il ricavo da bigliettazione ottenuto dai film (difficile stabilire il successo di un film a priori!) al botteghino (e quindi la consistenza patrimoniale della quota parte di questi introiti da destinare alla cartolarizzazione finanziaria) e il capitale, nonché gli interessi, da restituire a coloro che hanno acquistato i titoli?

Misteri dell'allegra finanza!

Il vero Bond del Cinema

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Un vecchio amico l'altro giorno mi dice di essere capitato ad un incontro sul cinema in un circolo di Forza Italia. Mi racconta che uno dei relatori, professor Fabio Verna (presumibilmente l'ispiratore) ha formulato un progetto di Banca per il Cinema. 
La cosa mi ha incuriosita assai e sono andata in cerca di notizie sulla grande rete; qui riesco a mettere insieme un po' di informazioni da alcuni articoli di stampa, qui e qui.
E' ovvio, si tratta di articoli passibili di imprecisioni e magari di qualche fraintendimento. Ma le notizie corrispondono a quelle che mi ha dato il mio amico.. e quindi tento una ricostruzione. 
Il Prof. Verna racconta un nuovo sistema di finanziamento del cinema italiano basato su "grossi flussi di denaro provenienti dai mercati internazionali". Questi "grossi flussi" dovrebbero andare a finanziare pacchetti di progetti filmici preventivamente selezionati da una "compagnia" in base alla loro potenziale redditività: saranno le sceneggiature a far fede (ma spero si intendesse anche il cast). Il denaro viene erogato ai produttori i quali, in cambio, cedono i diritti di sfruttamento dei film per un determinato periodo. I finanziatori, poi, recuperano i loro crediti - bond al 12 % di rendita annua - con i primi incassi del film. A restituzione completamente avvenuta il produttore torna in possesso del diritti di sfruttamento. 
Tutto meraviglioso. Senonché i film italiani difficilmente riescono a recuperare per via di incassi i costi di produzione, e i bond al 12 % di rendimento annuo, vanno a farsi benedire.
Insomma, mi sembra che questo meccanismo potrebbe egregiamente funzionare in un ipotetico e utopico sistema in cui il cinema italiano (ammesso che esista) avesse i caratteri di un'industria a tutti gli effetti: progetto - investimenti - risultati. 
Tuttavia il cinema, in italia, è considerato anche prodotto culturale (a prescindere dalla qualità del prodotto stesso: Novecento di Bertolucci o una Vacanza quale che sia, sono pari dal punto di vista della categorizzazione generale) e quindi è un bene meritorio, vale a dire un bene che riveste un qualche interesse generale e che quindi val la pena essere sostenuto dalla cosa pubblica. Ma questa è un'altra storia.
Insomma sono rimasta (non solo io ma anche la mia collega, amica, complice, sodale Alessandra) un po' perplessa, ma è pur vero che sono una ragazza semplice. 
Ho idea che il rischio per i finanziatori sia un po' troppo alto e le garanzie (i diritti) un po' inconsistenti. E questo malgrado si tratti di "pacchetti di film" e non film singoli. 
Non si può dimenticare, tra l'altro che il mercato dei film italiani è quasi sempre la sola Italia. Ciò rende l'operazione ancor più rischiosa a causa di un mercato limitatissimo che difficilmente può allargarsi più di tanto nel breve e medio periodo e che ancora più difficilmente riuscirà a erodere significativamente la quota di mercato dei film americani (e ciò vale sia per le sale, che per le TV che per ogni altra piattaforma distributiva). A meno di interventi "protezionistici". Ma qui, mi pare, il tema sia il ritorno ad un sano liberismo e la limitazione dell'interventidsmo e dell'invadenza pubblica.

Aggiungo, ma solo perché mi piace tanto puntualizzare, che l'affermazione del prof. Verna  relativa al fatto che il FUS sarebbe stato dimezzato nella finanziaria 2007 è una immane sciocchezza. Per altro l'acquisizione della BNL da parte di BNP Paribas non ha inciso sulla gestione del credito cinematografico che, sia detto per la cronaca, era già passato ad un'altro istituto bancario (Artigiancassa).

Però, ribadisco, io sono una ragazza semplice. E su questo tema ci ritorneremo su.


INTERVALLO 1

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storarte.jpg
Roma. Storici dell'arte. 1961

Precarietà

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Dove lavoro io siamo quasi la metà.

Io sono ormai la decana. 

Da oltre sei anni ore e ore trascorse a studiare, arricchire, rendere chiaro e comprensibile quello che dovrò spiegare ai miei "fruitori". 

Le 64 ore di lavoro previste da contratto non comprendono i pomeriggi trascorsi a parlare con giovani donne e uomini che chiedono precisazioni o giuda e aiuto per i loro elaborati finali. E neanche le giornate trascorse a verificare la preparazione di quei giovani.

Nel mio caso non c'è alcuna seria (plausibile) possibilità di carriera o stabilizzazione.

L'istituzione per cui presto la mia opera mi paga 3.200 euro (lordi) l'anno.

Sono un docente universitario a contratto. 

... malgrado tutto quello che si dice, è ancora un disoccupato dei beni culturali.

"Il patrimonio [culturale], in altri termini, è un lavoro (ad esempio, quello di inventariare e riesaminare corpora di monumenti) il cui status e le cui ambizioni dipendono concretamente dalla posizione occupata in un dato periodo [...] dagli archeologi, dagli storici dell'arte ecc. all'interno della comunità intellettuale nazionale [...]. Vale a dire da quanto strettamente il patrimonio è legato ai valori riconosciuti a certe attività - della mano e dell'occhio - nella rappresentazione che una società ha di sé". 

Ha detto tutto. No?

D. Poulot, La nascita dell'idea di patrimoine in Francia tra Rivoluzione, Impero e Restaurazione, in "Il patrimonio culturale in Francia"  (a cura di M.L. Catoni), Milano, 2007.
Il problema all'ordine del giorno è la metropolitana C di Roma e in particolare il tratto che attraversa il centro storico. Personalmente l'idea che tra qualche anno (dicono nel 2011, ma sarei soddisfatta se fosse il 2015) possa arrivare a piazza Venezia in 10 minuti mi riempie di un'inconsueta speranza per il futuro.
Però (per Giove Pluvio!) il centro di questa città ha un sottosuolo farcito di reperti archeologici. Ma, dicono gli esperti, che la "quota archeologica" si ferma ai 16 metri (centimetro più, centimetro meno) e che le gallerie saranno scavate a 30 metri di profondità. Rimane il problema dei pozzi di risalita che la quota dei 16 metri la devono, necessariamente, attraversare. 
Che fare? Rinunciare alla metro (con ciò che comporta) o procedere a distruzioni selettive?
Italianostra, intanto, insorge contro lo scempio, chiede l'immediato stop dei lavori, ma anche (attenzione al "ma anche") la costruzione della metro. 
Viene da domandarsi, però, per quale ragione le associazioni di tutela questa volta non ripongano la consueta fiducia nelle decisioni dei funzionari del MiBAC e del Comitato di Settore competente che ha stabilito che si debba proceda con giudizio e con le necessarie attenzioni.