babele

Giugno 2008 Archives

Premessa. Talvolta una bocciatura, si sa, può contribuire a risolvere taluni problemi di apprendimento di una determinata disciplina. 
I fatti. Stamane, sollecitata dalla mia amica, complice e sodale Alessandra, mi sono cimentata nella lettura del Decreto Legge 25 giugno 2008 n. 112 recante "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria". 
Vorrei segnalare in particolare i commi 7 e 8 dell'articolo 2 che regola le procedure di denuncia di inizio di attività per l'instllazione delle infrastrutture necessarie all'attivazione della banda larga presso i comuni.
Malgrado una quindicina di anni di studio e ricerca sul tema della normativa dei beni culturali e 6 anni di docenza universitaria, ho trasecolato e mi sono dibattuta, per alcuni minuti, nel dubbio: ho le traveggole; non ho capito nulla di legislazione di beni culturali; si tratta di un mero errore di formulazione della norma; si parla di altro rispetto a quello che sembra; sono impazziti; non hanno idea di ciò di cui parlano.
Cerco di chiarire. Il comma stabilisce testualmente che: "qualora l'immobile interessato dall'intervento sia sottoposto ad un vincolo la cui tutela compete, anche in via di delega, alla stessa amministrazione  comunale,  il  termine  di trenta giorni antecedente l'inizio  dei  lavori  decorre  dal  rilascio  del  relativo  atto di assenso".
Ebbene: ho bocciato con ignominia per mooolto meno. 
Se solo i legislatori si fossero appena intrattenuti con una superficiale lettura del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, saprebbero che le funzioni amministrative in materia di tutela del patrimonio culturale spettano esclusivamente allo Stato che le esercita per mezzo del Ministero per i beni e le attività culturali, a prescindere da chi sia il proprietario del bene. 
Recita infatti il suddetto Codice, all'articolo 4:  

"Al fine di garantire l'esercizio unitario delle funzioni di Al fine di garantire l'esercizio unitario delle funzioni ditutela, ai sensi dell'articolo 118 della Costituzione, le funzioni stesse sono attribuite al Ministero per i beni e le attività culturali, di seguito denominato «Ministero», che le esercita direttamente o ne può conferire l'esercizio alle regioni...".

Fermo restando che la delega alle regioni della tutela in taluni ambiti (tutela di manoscritti, autografi, carteggi, documenti, incunaboli, raccolte librarie non appartenenti allo Stato o non sottoposte alla tutela statale) è più teorica che pratica, nulla è previsto o pensato rispetto alla delega da parte dello Stato delle funzioni di tutela, e quindi di applicazione di vincoli (che sia detto per inciso si chiamano da alcuni anni "dichiarazioni di interesse culturale") in tema di beni culturali immobili
Ecco. Adesso secondo voi, che dovrebbe fare un povero prof di Legislazione dei beni culturali?
Berlusconi, Tremonti, Scaiola, Brunetta, Sacconi, Calderoli: Bocciati!

... e io ho la pessima abitudine di soffermarmi proprio su di essi.
Come tutte le mattine ho scorso la rassegna stampa del MiBAC e quest'oggi la mia attenzione è stata attirata da un aricolo de Il Foglio. Firmato da Mauro Suttora si intitola "Liberiamo la cultura dal Festival dei dittatori". Quando si parla di festival, ultimamente, si parla del Festival del cinema di Roma e quindi sono andata a leggere. 
A me il Festival del Cinema di Roma non ha mai convinto. Non ne comprendevo la finalità extra promozionale della città e ho sempre pensato che se si fosse omessa la parola "cinema" l'operazione sarebbe stata di gran lunga più limpida: Festival di Roma, promozione della città, lanci giornalistici e così via. Concordo anche rispetto alla questione della collocazione autunnale della Festa che, dati gli altissimi gradi di destagionalizzazione turistica che fa riscontrare Roma, non sembra essere esattamente il periodo giusto. Concordo con l'autore quando denuncia la frenesia festivaliera italiana, specie nel campo del cinema. 
Su altre cose proprio non concordo, non a caso proprio sui "dettagli". 
Innanzi tutto Suttora critica l''istituzione, che vuol far passare per peculiarità nazionale, della figura del ministro "culturale" e degli assessori corrispondenti. La critica si basa sulla comparazione con Usa e Gran Bretagna. Intanto io mi sarei un po' stancata di questo atteggiamento provinciale per cui "il prato del vicino è sempre più verde" che non riesce a tener conto delle peculiarità dei singoli paesi. La tradizione nazionale vede figure che tutelano il territorio e i suoi monumenti fino da tempi antichi (i "comes nitentium rerum" di augustea memoria). Inoltre  l'Italia, si sappia, ha un patrimonio molto diffuso e non completamente musealizzato come quello britannico o statunitense. La gestione, tutela e valorizzazione di quel patrimonio non può essere affidata agli umori dei privati. Lo stato deve sempre e comunque essere presente, almeno come regolatore e controllore. 
Il nostro paese, per altro, viene da una storia di forti autonomie territoriali e di profonde identità comunali che fanno si che degli oltre ottomila comuni italiani, sono pochi quelli che non vantano un teatro.
Neanche si può comparare il sistema cinema Usa con quello italiano. Gli Usa hanno oltre 300 milioni di abitanti, l'Italia meno di 60. Il bacino di utenza di lingua inglese dei film americani è incomparabile con quello nazionale; lo stesso si dica della forza di penetrazione di quei film che investono circa il quadruplo del costo del film in spese pubblicitarie. 
Il sistema televisivo degli States, poi, non è duopolistico ma enormemente variegato e evoluto (la diffusione del satellite e dei canali tematici è anni luce avanti rispetto all'italia) e, conseguentemente, la capacità dei film di "riciclarsi" in un mercato libero e concorrenziale "non theatrical" è infinitamente maggiore. Con ciò che consegue in termini di autonomia, capacità di investimento e di capitalizzazione dei titoli (dei film) da parte dei produttori cinematografici. I nostri produttori, invece, cedono i diritti dei film alle televisioni in una fase estremamente precoce della produzione (per pagare il costo del film stesso) e questo lascia il loro "portafogli" vuoto. 
Il Fus, e in generale l'intervento pubblico per la cultura, occorrono proprio per sostenere un mercato che ha un livello di consumo basso (per ragioni strutturali e per ragioni culturali) e senza quel sostegno il nostro cinema sarebbe morto da decenni. Almeno da quando la televisione non è diventato il media "culturale" più diffuso. La televisione non si è aggiunta alle altre modalità di consumo culturale e di intrattenimento: essa si è sostanzialmente sostituita alle altre, soffocandole o restringendo le quantità di pubblico (l'avvento della televisione in italia coincide, non casualmente, con la morte del varietà e dell'avanspettacolo). 
Infine credo sia da sfatare il mito della "autarchia" privatistica del sistema culturale USA. I musei americani nella quasi totalità privati ricevono, in maniera più o meno diretta, un sostegno economico da parte dello stato federale o dei singoli stati. Gli edifici spesso appartengono al comune sul quale insistono. Gli stessi comuni, per altro, si accollano sovente, le spese di gestione (luce, telefono, ordinaria e straordinaria manutenzione dell'edificio and so on). Quei musei, pressoché nella loro totalità, appartengono a fondazioni private che li mantengono e li  finanziano più o meno generosamente. Ma quel denaro proviene sempre da donazioni e liberalità di privati che sempre sono stimolate da efficaci sistemi di detassazione e/o defiscalizzazione e che quindi pesano in termini di mancate entrate per lo stato. In assenza dei sistemi di defiscalizzazione il sistema privato della cultura statunitense non esisterebbe. 
Il sistema  italiano di sponsorizzazioni è immaturo. Questo è innegabile. Ma chi lo dice a Tremonti (al Tremonti di turno) che deve fare i conti con qualche miliardo di euro di mancate entrate per pluralizzare l'offerta culturale italiana?
Leggo sulla rassegna stampa del MiBAC, che la scorsa settimana si è tenuta una manifestazione di archeologi che rivendicano una maggiore e più adeguata attenzione da parte dal Ministero competente. 
Si tratta di una questione annosa e ormai ai limiti dell'assurdo e che non riguarda solo gli archeologi ma l'intera messe dei professionisti della tutela del patrimonio culturale nazionale: storici dell''arte, demo etno antropologi, chimici e fisici della diagnostica, archivisti, bibliotecari e quant'altro. 
Fino ad alcuni decenni or sono impegnati per una percentuale altissima nella pubblica amministrazione, rappresentano oggi una fetta importante della disoccupazione, della sottocupazione e del precariato intellettuale deregolamentato. 
Lo scarso dinamismo del MiBAC e degli enti locali sia dal punto di vista delle nuove assunzioni che della regolamentazione dei profili professionali necessari per svolgere i servizi e le mansioni esternalizzate (ma anche un colpevole disinteresse rispetto alla questione delle tariffe minime e delle contrattualizzazioni di quegli addetti) ha dato vita ad un mercato che, seppure mostra un certo dinamismo, è completamente privo di regole e di garanzie per gli addetti. 
Ma la risposta non può essere, come invece sembrano proporre gli archeologi manifestanti, l'istituzione di un albo. Ragioni legate alla libertà dei mercati e alla mobilità dei professionisti e al rigetto di ogni politica protezionistica (oltre che alle indicazioni dell'UE) mi fanno, da anni propendere per altre soluzioni. 
Ma il destino di certe categorie è legata anche al loro atteggiamento. Gli intellettuali (e storici dell'arte e archeologi non fanno certo eccezione) sono eccessivamente versati nella trattativa privata e nella conquista e conservazione (protezione si potrebbe dire) di vantaggi che difficilmente vogliono rendere collettivi. 
La forza di ogni categoria di lavoratori sta, invece, proprio nella capacità di stringere alleanze, di presentare piattaforme unitarie, di imparare dalle esperienze già fatte. 
La strada dell'albo ha perduto la sua praticabilità più di 12 anni fa. Continare ad insistere su di essa, trascurando altre vie più ragionevoli e fattibili, non ha senso. E soprattto non ha alcun costrutto. 

Tutto il resto è poesia

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Se una ha un po' di fortuna può entrare in possesso della relazione scritta che il Ministro Bondi ha lasciato alle Commissioni in occasione dell'audiozione programmatica. Io ho avuto un po' di fortuna. 
Venticinque pagine fitte di proposte, idee, auspici, progetti, programmi, propositi di riforme, intenti di sviluppo. Quasi tutto condivisibile.
Il Ministro ci ricorda nelle primissime pagine il dettato dell'articolo 9 della Costituzione e ci conforta spiegandoci che la tutela del patrimonio culturale "costituisce il fondamento della cultura, che con il contributo delle arti e delle diverse forme di conoscenza, rappresenta il motore di sviluppo e della crescita della società". Non uno dei motori di sviluppo della società ma IL motore di sviluppo. 
Continuo nella lettura. Il Ministro aggiunge che per queste ragioni l'investimento nel settore culturale è strategico e che intende impegnarsi per la crescita del settore, "compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili e con gli equilibri delle politiche di bilancio". 
Ecco. Lo sapevo. Ero certa che la nota stanota sarebbe intervenuta a rovinare il coro angelico. 
Caro Ministro, mi spieghi. Ma se la cultura è Il motore di sviluppo della società, è mai possibile che possa essere incompatibile con gli equilibri delle politiche di bilancio? 
Delle due l'una. O la cultura è una priorità oppure non è una priorità. O la cultura è Lo strumento di sviluppo del paese oppure è un gioco di società.
Mi domando ancora, caro Ministro. Quale è l'idea di società che il suo governo sta andando a costruire? E' la società della conoscenza, dell'innovazione. dei talenti, della creatività? 
O forse il modello è un altro. 
Ma se fosse valida, come fa supporre buona parte del suo intervento, la prima opzione, la cultura non potrà che essere la priorità assoluta. Non ci potrà essere posto per incompatibilità di bilancio.
E tutto il resto, caro Ministro, è poesia. 
Dice il proverbio che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Il recente taglio trasversale alle risorse per la cultura giustificato dall'esigenza di coprire l'abolizione generalizzata dell'ICI ne è l'ennesima prova.
Tutti i nuovi ministri per i beni e le attività culturali (e prima quelli per i beni culturali e ambientali e prima ancora quelli della pubblica istruzione con competenze sulle belle arti) hanno vissuto e subito la drammatica dicotomia che corre tra le buone intenzioni e le priorità di governo. 
Non sembra che il buon intenzionato Bondi debba (e possa) fare eccezione. Il ministro dichiara la sua soddisfazione per i risultati italiani a Cannes e perfeziona il credito di imposta per le industrie cinematografiche e subito quei provvedimenti sono azzerati per più alte esigenze di finanza pubblica. Senza dimenticare che riduzioni di disponibilità colpiranno anche gli istituti culturali, la tutela del paesaggio e così via.
Ora la discussione si svolge sul reintegro degli effetti della norma che, seppure sarà parziale, dimostrerà ancora una volta le buone intenzioni del ministro. 
Il problema però è proprio l'inconciliabilità tra le "più alte esigenze di finanza pubblica" e gli interventi a sostegno della cultura. La cultura, si sa, è uno dei settori che prima vengono ridimensionati all'emergere di nuove e più o meno estemporanee esigenze.
D'altra parte i governi (al plurale) alla costruzione di una idea di società che mostri i suoi effetti a media o lunga scadenza, preferiscono la politica del "costumers satisfaction". Il cittadino / cliente / utente nella sua generalità preferisce l'abolizione dell'ICI (e di essa gioisce) e non protesta per i tagli nel settore culturale. Mai. 

E quindi avanti con le buone intenzioni.