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Luglio 2008 Archives

Leggo con interesse l'articolo pubblicato ieri sul Riformista e firmato da Gabriella Carlucci, Deputato della Repubblica.

L'onorevole Carlucci scrive di come la cosiddetta "sindrome Berlusconi" dilaghi anche nella discussione parlamentare in tema di cultura e di come, nello specifico, i deputati dell'opposizione non abbiano accolto con il necessario e dovuto entusiasmo la (re)introduzione del Tax Credit. La deputata rimprovera anche ad una "certa sinistra" un inopportuno reagire alle azioni di policy making del ministro Bondi che verrebbe demonizzato a prescindere da ciò che determina. Ella invita, in perfetta coerenza con quanto scrive, l'opposizione ad un "dialogo serio, profondo, onesto ispetto al <<governo dellacultura>> in Italia".

Qualche chiosa e un paio di riflessioni. Di più non mi permetto.

Innanzi tutto, come Carlucci ha accennato, il Tax Credit è stato introdotto dalla Finanziaria 2008 del Governo Prodi, voluto dal Ministro Rutelli. La norma è stata successivamente abrogata, a meno di 6 mesi dalla sua approvazione, dal Governo Berlusconi per la forte volontà del Ministro Tremonti. Che l'opposizione sia soddisfatta della reintroduzione, che conferma la giustezza della sua previsione, è un fatto; che l'opposizione stessa debba innalzare un monumento a Bondi, Tremonti, Berlusconi e Letta per il loro generoso mecenatismo, è tutto da discutere. Che il governo debba riconoscere che abrogandola ha compiuto una scelta sbagliata, sarebbe ragionevole.

Rispetto al Policy Making di Bondi, direi che è difficile che riesca a suscitare eccitazione, meraviglia o appassionati panegirici. Neanche dimenticando che da quando dirige il dicastero per i beni e le attività culturali la capacità di spesa del settore è stata mutilata di circa il 15 per cento. In cosa consistano le azioni di positivo policy making di Bondi, a parte il continuo vagheggiamento ad una bellezza salvifica ma non meglio definita e che non si sa come debba essere diffusa o imposta sulle brutture della modernità, non è stato, per altro, ancora chiarito dall'ufficio stampa del Ministro e neanche da Carlucci.

In tema di dialogo mi viene da chiedermi: ma i tagli al MiBAC, quelli alla scuola e all'Università, l'oggettiva riduzione delle capacità di funzionamento delle università (e non vado oltre per non parere troppo puntigliosa) sono state oggetto di dialogo con l'opposizione? Se così fu, non mi è noto. E non è noto ad alcuno dell'opposizione.

Le riflessioni. So che il rischio di ripetermi è molto concreto. Ma i miei (pochi ma graditissimi) lettori avranno pazienza.

La riduzione del 6,78 per cento della parte corrente della tab. C del MiBAC, l'azzeramento dell'autorizzazione di spesa per il restauro archeologico dei teatri, il dimezzamento delle spese per il Centro del libro e della lettura, la liquidazione del fondo per il ripristino del paesaggio e dell'incremento dei contributi per le istituzioni culturali (già gravemente vessate), a cui si deve aggiungere la grave limitazione del turnover nelle università oltre i tagli di decine di migliaia  di cattedre nella scuola fanno pensare ad un progetto molto nitido e preciso finalizzato a condurre definitivamente il paese nella recessione culturale.

Una politica che prima toglie finanziamenti e contributi e che poi li ottria secondo criteri che si basano sulla "bellezza" delle produzioni è una politica che cerca di creare non consenso o egemonia culturale, ma semplicemente nepotismo, clientele di sorda stupidità, subordinazione, soggezione e prodotti culturali di infima qualità. E' una politica che esclude il paese dalla competizione mondiale che oggi si svolge sul piano della creatività libera, della conoscenza diffusa, della competizione dei talenti. Creatività, conoscenza e talenti dei quali, in questo scorcio di legislatura, non sembra il Governo abbia avuto alcuna cura e che le azioni di policy making del ministro Bondi e del ministro Gelmini non sembrano aver preso in considerazione.

Non si tratta, per quanto mi concerne di sindrome della demonizzazione di Berlusconi. Faccia attenzione Lei, però, a non cadere preda della sindrome della santificazione del suo capo del governo.

E permetta a me e a tanti altri, onorevole Carlucci, di non essere entusiasti.

Il sarto Tremonti

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Ci sarebbero diversi temi di cui scrivere.
Iniziamo dall'università.
Le dichiarazioni del Ministro Gelmini sui tagli all'università sono affascinanti. Dall'intervista di Repubblica sembra uscir fuori che, poiché il 90 per cento delle risorse del Miur è dedicato al pagamento degli stipendi, per modernizzare il settore è necessario fare dei tagli.
Per la precisione il ministro dichiara: "La situazione dei conti dello Stato ha imposto a tutti scelte dolorose ma indispensabili. Un ministero che spende più del 90 per cento in stipendi non ha più la capacità di rinnovarsi, modernizzarsi, pensare al futuro. Ed è una capacità che voglio recuperare". Sono letteralmente abbacinata dalla logica sottesa a questa dichiarazione.
E non è tutto. Emerge un'idea di attribuzione del merito quasi esclusivamente limitata alla valutazione degli atenei e non degli studenti o dei docenti. Come se la mobilità studentesca  o la scelta dell'ateneo in cui studiare (o nel quale prestare il servizio) fosse determinata non dalla disponibilità economica delle famiglie e/o dalla vicinanza al luogo in cui si abita, ma dalla semplice volontà dello studente. Quindi, se scegli un ateneo che merita sarai premiato, se invece rimani nella piccola università a tiro di autobus te la dovrai vedere con i tagli e un (prevedibile) processo di degrado della qualità.
Come idea di meritocrazia devo dire che non c'è male.

Poi c'è la polemica sulle dichiarazioni di Settis. Che Salvatore Settis sia uno che esprime il suo punto di vista in maniera piuttosto diretta doveva essere cosa nota a Bondi e al suo sottosegretaria nel momento in cui hanno respinto le sue dimissioni da presidente del Consiglio Superiore dei beni Culturali. Se non gli era noto significa che questo settore era per loro sconosciuto come il Katai a Marco Polo prima di giungerci.
Settis si è limitato a scrivere sul Sole 24 Ore (che non è esattamente un quotidiano estraneo alle questioni economiche e che non accoglie sulle sue pagine pericolosi estremisti) della quantità e della qualità dei tagli al Mibac. 300 milioni circa in appena un mese e mezzo di governo non sono una cifra trascurabile, specie se consideriamo che il bilancio del Mibac si aggira attorno ai 2000 milioni di euro: percentualmente, i due prolegomeni alla manovra Finanziaria, riducono del 15 per cento le disponibilità di qual ministero, notoriamento non ricchissimo. E la Finanziaria giungerà solo a ottobre.
Mi rendo conto, caro Ministro, che le parole di Settis, che hanno seguito di poche settimane le sue dichiarazioni nelle Commissioni parlamentari, non possona farle piacere. Ma le sue parole e le sue buone intenzioni, gentile ministro, sono tanto simili all'inesistente vestito dell'Imperatore, che il sarto Tremonti le ha fatto "indossare" facendole credere che sarebbe stato elegantissimo.
Ma, in verità, il re è nudo.

Generosità siciliana

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Leggo oggi sul Corriere e su Repubblica della polemica scaturita dalla proposta dell'assessore alla cultura della regione Sicilia di "privatizzare" la valle dei templi di Agrigento.

Approfondisco la lettura e la storia cambia un po' la sua fisionomia.

Non di privatizzazione si tratterebbe ma di affidamento a lungo termine a soggetti privati. Una sorta di project financing. Io ti affido la Valle dei Templi e tu, in cambio, compi interventi infrastutturali (strade, alberghi e quanto altro). Ma vediamo un po', al di là delle levate di scudi preconcette e ideologiche di cosa si dovrebbe (e potrebbe) trattare nella realtà. Uso il condizionale perché mi pare che la questione come riportata dai giornali sia poco chiara.

Non si tratta di vendita ai privati, procedura improbabile grazie a quanto stabilito dalle leggi italiane che escludono la possibilità per lo Stato, di alienare siti archeologici.

Sembrerebbe trattarsi piuttosto di un affidamento di servizi connessi alla fruizione, valorizzazione e tutela del sito, a uno o più soggetti privati. Un Global Service un po' più spinto. Ma sperimentazioni del genere sono già state fatte.

Mi sembrano altre le cose che devono lasciare perplessi e che rivelano l'elemento sinistro dell'intera vicenda.

Innanzi tutto è bizzarro che l'assessore alla cultura della regione Sicilia definisca la valle dei Templi o il teatro greco di Siracusa dei "siti turistici". Definirei Gardaland o la riviera romagnola siti turistici, ma non la valle dei Templi.

Trovo stravagante anche l'idea di usare un sito come la Valle dei Templi come contropartita per la costruzione di infrastrutture. Io ti do la Valle dei Templi e tu, in cambio, costruisci l'autostrada.

Bislacco è anche il ragionamento alla base della proposta.

In effetti, al netto di una affluenza di meno di 700 mila visitatori all'anno e di introiti che si aggirano intorno a 2,7 milioni di euro, mi domando per quale ragione un imprenditore privato dovrebbe prendersi la briga non solo di gestire il sito ma anche di regalare alla regione autostrade e alberghi.

Certo, gli alberghi li costruisci e poi li vendi, dalle autostrade ricavi i pedaggi. Ma allora mi sfugge per quale ragione dovrebbe anche accollarsi la gestione del "peso morto" rappresentato dalla Valle dei templi.

Mi direte: ma con la gestione privata visitatori e introiti potrebbero aumentare considerevolmente.

Rispondo. Non vedo perché ciò debba accadere.

Ma anche ammesso che questo accada, immaginiamo (con una certa fantasia) che si arrivi ai livelli del sito a pagamento più visitato del mondo (il Louvre) con 6 milioni di visitatori l'anno. Si tratterebbe di decuplicare il numero dei visitatori e certe cose non avvengono in 12 mesi. Ammettendo pure che si giunga a questo risultato in 5 anni (10 è più probabile) significherebbe raggiungere l'incredibile somma di circa 25 milioni di euro annui di introiti.

Non netti, questo è chiaro. Perché se si prende in gestione il sito, ci si accollano anche le spese: custodi, personale amministrativo, personale tecnico scientifico ecc. Non meno di un centinaio di unità di personale (senza esagerare) per una spesa che si aggira attorno ai 4 o 5 milioni di euro. Questo.

E poi le spese di manutenzione (restauri, consolidamenti, pulizie e quanto altro) che non ho idea a quanto ammontino ma direi svariati milioni di euro all'anno.

Si tenga presente che a fronte dei suoi 6 milioni di visitatori, il Louvre ha un budget di circa 140 milioni di euro.

Musei e siti archeologici rappresentano uno dei più clamorosi fallimenti del mercato. Gli introiti non possono in alcun modo coprire le spese. Sia che siano gestiti dalla mano pubblica che dal privato. Non è un caso che essi siano nella quasi totalità dei casi gestiti dalla mano pubblica, in nome della loro meritorietà, e che quando appartengono a soggetti privati che non hanno fini di lucro sono, in varia percentuale, sostenuti direttamente o indirettamente dal settore pubblico.

Tutto ciò, vale naturalmente, tenendo ferme le norme di tutela attualmente vigenti.

Tutto questo ha un senso sempreché la Regione Sicilia, non decida di fare un bel regalo a qualcuno accollandosi le passività e lasciando all'imprenditore i guadagni.

Nel qual caso, però, mi candiderei anche io alla gestione!

Se ne è parlato già. Ma credo che sia bene mettere ordine e esporre in bella copia contenuti e effetti dei due decreti prodotti dall'attivismo del governo Berlusconi.
Ici. Come è noto all'abolizione dell'Ici corrispondono una serie di riduzioni di spesa in atri settori, necessari a coprire le mancate entrate dei comuni. Mi limito a indicare i tagli che, più o meno direttamente, incidono sul settore cultura. 
  • Gli incentivi per il cinema, il cosiddetto Tax credit, già introdotto dalla Finanziaria 2008;
  • Fondo Funzionamento ordinario delle Università
  • Fondo di finanziamento delle istituzioni di alta formazione artistica e musicale (accademie e conservatori)
  • Fondo per la mobilità alternativa nei centri storici.
  • Contributo in conto interessi per il restauro ed il ripristino funzionale degli immobili situati nei centri storici.
  • Fondo per la conservazione degli immobili degli edifici iscritti nella lista Unesco come patrimonio dell'Umanità.
  • Finanziamento permanente per il Centro per il libro e la lettura.
  • Fondo per il ripristino del paesaggio.
A questo vanno aggiunti i tagli lineari in Tabella A e in C della Finanziaria 2008. Relativamente alla Tabella C il taglio si sostanzia in circa 5 milioni di euro per il MiBAC (colpendo ulteriormente, tra gli altri, il settore degli Istituti Culturali), 4, 4 milioni di euro per il settore Università e Ricerca e in circa 11,8 milioni di euro per l'istruzione.

Tutto questo mi permette, però, di evitare il pagamento di circa 120 euro di ICI ogni anno.

Passiamo al decreto per la competitività. Oltre a quanto ho già indicato nel post di ieri credo sia opportuno segnalare quanto previsto all'articolo 58 recante "Ricognizione e valorizzazione del patrimonio immobiliare di regioni, provincie, comuni e altri enti locali". Qui nella sostanza si prevede che anche i comuni, le province e le regioni possano "valorizzare" economicamente il proprio patrimonio immobiliare (non strumentale alla attività istituzionale) attraverso la vendita. Il procedimento vuole che vengano identificati i "pezzi" di patrimonio da vendere, siano inseriti in una lista e che l'inserimento nella suddetta lista ne determini senz'altro la classificazione come "patrimonio disponibile". Nulla di più semplice quindi. Ci sarebbero le previsioni del Codice Civile a proposito del demanio di comuni province e regioni, ma non ci stiamo a perdere in inutili minuzie....
Non un accenno, non una parola, non un rimando o l'indicazione (almeno) dell'abrogazione di norme precedenti, per quanto riguarda i beni culturali. Perché, non vorrei rompere le uova (nel paniere) ai miei simpatici piccoli amici, ma esiste un articolo 12 del Codice dei beni culturali che impone, in materia di beni culturali immobili, che la sdemanializzazione possa avvenire solo e unicamente in caso di esito negativo del procedimento di verifica dell'interesse culturale. La verifica è condotta dalle soprintendenze su richiesta espressa dell'agenzia del demanio. 
Le ragioni per cui in questo caso il rimando alla verifica sia stato omesso, sinceramente non riesco a comprenderle. 
Lo avete dimenticato? lo avete implicitamente abrogato? Avete subito un processo di rimozione psicologica del problema? Non sapevate che esisteva il Codice dei beni culturali (e se lo sapevate dormivate)? O forse, semplicemente, la rivoluzione non può soffermarsi su certi dettagli...