Mi segnalano l'intervento del prof. Filippo Cavazzoni a proposito dell'articolo apparso sul Riformista alla fine di luglio e firmato dalla Onorevole Carlucci che avevo amabilmente (spero) commentato.
Le obiezioni del prof. Cavazzoni sono interessanti anche se sono vagamente infastidita dal suo ridurre questo micro dibattito sui temi della cultura ad una questione di tifo calcistico.
Ma giusto per mettere qualche puntino sulle "i".
La soddisfazione per la reintroduzione del Tax Credit da parte dell'opposizione è un dato di fatto. Qualche dubbio l'ho espresso sul fatto che questo debba essere considerato il risultato di una azione politica organica, coordinata e programmatica da parte del governo. Tutto qui. Se entusiasmo c'era stato, era nato dal provvedimento nella Finanziaria 2008.
Ma, in questo gioco un po' estenuante di commenti ai commenti, passiamo a quanto scrive Settis lo scorso agosto e alla peculiare interpretazione del Prof. Cavazzoni di fatti, circostanze e quant'altro. Con lui mi soffermo sulle tre ipotesi "sostitutive" dell'intervento statale (statale e non pubblico sia ben inteso) nel settore dei beni culturali (e non della cultura in generale).
Punto prima: la sostituzione dello Stato con il privato. Esistono, il mio dotto interlocutore (virtuale) non lo ignora certamente, obblighi di carattere costituzionale alla tutela del patrimonio culturale della nazione da parte della Repubblica. Parlare di sostituzione tout court della mano pubblica con il privato risulta un po' vago. Peraltro, i musei pubblici statali (è di Stato che parliamo, vero?) nel nostro paese sono appena il 15 per cento del totale. Il resto appartiene a regioni, province e comuni (a questi ultimi circa il 40 per cento se non ricordo male), agli enti ecclesiastici e ai privati (c'è poi la quota da assegnare alle università e altri enti pubblici). Ordunque. Cosa vogliamo affidare al privato? La tutela dei musei e dei beni statali? E quindi non solo assegnar loro le responsabilità relative a criteri e regole per eseguire i restauri o per stabilire gli standard di conservazione dei beni, ma anche i costi? E' noto che si tratta di un impegno imprenditorialmente assolutamente non allettante.
Vogliamo affidar loro, invece, la valorizzazione, la gestione e i servizi per la fruizione? La cosa è già possibile secondo la normativa italiana. Ma dobbiamo fare attenzione a non mantenere nelle mani dello Stato i costi e privatizzare i guadagni per poi lamentarsi della spesa pubblica improduttiva. Vogliamo affidar loro l'intero pacchetto in una sorta di vendita o cessione di ramo d'azienda? Il rapporto costi benefici è comunque notoriamente poco conveniente se non addirittura rovinoso dal punto di vista economico.
Una breve digressione. Parlare di liberalizzazioni relativamente alla questione dei musei in Italia potrebbe far pensare che la Repubblica si sia riservata, autocraticamente, il monopolio della cultura in questo paese. Come se, al pari di altre attività, la mano pubblica impedisse al privato di aprire musei, organizzare luoghi espositivi, finanziare scavi archeologici, aprire al pubblico parchi naturali o luoghi di cultura. Così non è. La Repubblica possiede per ragioni storiche una parte assai rilevante dei beni culturali di questo paese e li espone al pubblico e li tutela spesso con la collaborazione di privati profit e no profit. Ma se la cultura fosse in questo paese un tale affare cosa avrebbe impedito fino ad oggi ai grandi imprenditori di investire non in edilizia ma nell'apertura di musei? Lo sappiamo: i costi. Colaninno compra Telecom e entra nella cordata Alitalia ma non pare insista nell'investire nel Teatro dell'Opera, nella Scala di Milano o nella Fondazione Museo Egizio. Non si organizzano cordate per l'apertura di parchi naturali o per la musealizzazione di siti archeologici.
Ma andiamo avanti. L'affidamento alle regioni. Ma questo non significherebbe una automatica riduzione di spesa pubblica quanto, piuttosto, il trascorrere dei costi dallo Stato ad altri enti pubblici. Ammesso e non concesso che, allo stato attuale, le pur scarse economie di scala del Ministero, possano essere eguagliate da buona parte delle regioni italiane.
Le Fondazioni museali. Ebbene, proviamo a far luce su questo punto. Chi sono gli "azionisti" della Fondazione Museo egizio di Torino?
Regione, provincia, comune, MiBac e due fondazioni bancarie. Ed è noto che una parte rilevante della mission specifica delle Fondazioni bancarie, (stabilita per legge dello Stato) è proprio quella di finanziare attività legate alla cultura. Quale altro e ulteriore soggetto privato hanno messo in campo fino ad ora le Fondazioni museale? Nessuno. La spesa viene spalmata tra enti pubblici e una parte delle risorse delle Fondazioni riservate al sostegno della cultura vengono indirizzate verso questo specifico sito. La somma è comunque uguale a zero.
Concordo con quanto si afferma circa gli incentivi fiscali, senza dimenticare però che ad essi corrispondono equivalenti mancate entrate per lo stato o per la fiscalità federale (quando mai sarà attuata). Un sistema ben calibrato, peraltro, dovrebbe prevedere forti meccanismi perequativi per quei beni o siti meno carismatici e che, quindi, non attraggono capitali privati. Fermo restando che i beni culturali (e la loro valorizzazione e fruizione) di questo paese non possono dipendere unicamente dalle fluttuazioni dei finanziamenti dei privati e che, quindi, qualche piccola certezza deve pur essere garantita.
Infine, e mi ripeto per l'ennesima volta, se come tutti dichiarano, la cultura e il patrimonio culturale di questo paese sono elementi primari per lo sviluppo sociale e quindi anche economico della nazione (cultura significa incremento delle competenze per i cittadini e, di conseguenza, maggiore competitività sul piano internazionale) per quale ragione lo Stato non dovrebbe investire, anche massicciamente nel settore?
Efficienza, efficacia, competenza, programmazione a breve, medio e lungo termine, controllo delle spese e dei risultati, gestione oculata, partecipazione dei privati, investimenti dei privati, defiscalizzazione e detassazione, azioni per incentivare la fruizione di beni e il consumo privato di prodotti culturali. Un obiettivo, in idea di sviluppo, un'idea di paese e di società.
