babele

Ottobre 2008 Archives

Ieri sera ho buttato giù qualche riflessione su due emendamenti attribuiti all'on. Carlucci e dalla stessa onorevole fermamente disconosciuti.
La storia è straordinaria e vale la pena di raccontarla.
Tutto inizia nel lontano luglio 2004 quando l'on Giancarlo Conte presenta un pdl recante "Censimento, cessione in proprietà e circolazione di beni mobili di interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico di proprietà privata. Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42". Il pdl era firmato anche da una lunga sfilza di altri deputati, tra i quali, in posizione defilata, l'on. Carlucci. 
In corso di discussione della finanziaria 2005 lo stesso Conte presenta un emendamento (30.068) finalizzato ai medesimi scopi. Leggere il dibattito in commissione è istruttivo. Malgrado le insistenze del relatore della legge finanziaria, dei suoi colleghi di coalizione, dei deputati dell'opposizione Gianfranco Conte difende fieramente il suo emendamento. Che, comunque, non viene approvato. Per fortuna.
Arriviamo al 2008. L'on Carlucci ripresenta il pdl (nell'articolo di Repubblica viene riportato testualmente "...due anni fa mi venne l'idea del condono. L'ho riproposta a settembre scorso...". Poi, saggiamente consigliata dall'avvedutissimo Bondi, lo ritira.
Alcuni giorni fa la miccia inizia a bruciare e il caso esplode lo scorso 29 ottobre quando Salvatore Settis pubblica su la Repubblica un articolo che denuncia la pericolosità dei contenuti di due emendamenti presentati dall'on. Carlucci in finanziaria. 
Ma il giorno precedente (il 28, poco dopo le 10 e 30) i due emendamenti erano stati ritirati dalla presunta firmataria nel corso della discussione in commissione Bilancio. 
Dopo la pubblicazione dell'articolo di Settis, Carlucci si affretta con un paio di dichiarazioni a disconoscere la maternità dei due emendamenti. Ma la UilBAC aveva già pubblicato tempestivamente l'immagine digitalizzata dei 4 fogli dattiloscritti e numerati: la firma Carlucci c'è. 
L'onorevole si batte con coraggio e in un post sul suo blog, datato 30 ottobre, dichiara che i due emendamenti non sono mai esistiti tant'è che non sono presenti nel fascicolo degli emendamenti pubblicati (fascicolo che, tra l'altro non è rintracciabile nel sito della Camera). 
Oggi in un'intervista su la Repubblica Carlucci denuncia - mutando lievemente le dichiarazioni precedenti - che una manina (deve trattarsi del sorcio di cui dicevo ieri) avrebbe scritto e presentato a suo nome i due criminosi e imbecilli emendamenti, falsificando la firma.
Il mistero è fittissimo. Chi è il falsificatore? Un collaboratore disattento (quando ero collaboratore alla Camera, se avessi fatto un errore del genere i deputati con i quali lavoravo mi avrebbero bollita e poi spellata viva) ? Un funzionario criminale ? Un avversario politico invidioso? Un membro dell'opposizione?
Mah. La povera deputata è comunque al centro di un intrigo davvero sui generis.
Il che non toglie che il pdl che firmò nel 2004 e che avrebbe ripresentato (reiterando l'errore) nel settembre scorso è uno dei più scemi che abbia mai letto (e ne ho letti tanti di pdl scemi). 
Dice la Carlucci, giustificandosi, che il pdl ripresentato lo scorso settembre era un "piccolo condono per fare cassa"... mostrando relativa consapevolezza delle conseguenze che la sua balzana pensata avrebbe avuto per il patrimonio culturale nazionale e per l'ordinamento giuridica italiano. 

Basta. Non si deve aggiungere altro credo. Ciascuno trattà le sue concusioni da questa assurda vicenda. 
Mi auguro solo che l'on. Carlucci farà, in seguito, maggiore attenzione a ciò che presenterà in Parlamento e alla competenza dei suoi consulenti.




Non posso evitarlo. La storia degli emendamenti attribuiti all'On. Gabriella Carlucci e dalla stessa rinnegati è talmente ghiotta da non poter essere trascurata.

Due sono le questioni. La prima riguarda il contenuto degli emendamenti; la seconda (che potrebbe ispirare una puntata di un West Wing all'amatriciana), le modalità di svolgimento della vicenda 

Partiamo dalla prima delle questioni. I testi dei due emendamenti incriminati appaiano nel sito di paesaggiosos e provengono dalla UIL Beni Culturali. 
In breve, di cosa si parla? Della possibilità, per coloro che detengono beni archeologici senza titolo, di diventarne, tramite una semplice comunicazione al MiBAC e, casomai, al pagamento di una somma di denaro, proprietari a tutti gli effetti. 
In Italia, tutto ciò che viene ritrovato nel sottosuolo, appartiene allo Stato. I beni archeologici, in ragione di questo principio, entrano automaticamente a far parte del Demanio o del Patrimonio indisponibile dello Stato. Il Codice dei beni culturali lo ribadisce all'articolo 91.

Fermo restando che l'On Carlucci ha dichiarato che perseguirà chiunque affermi che lei ha presentato quei due emendamenti, farò qualche commento a titolo meramente accademico. Diciamo che la zampetta di un sorcio ha vergato (digitato) quelle righe e che ora, qui, ci divertiamo a fargli le pulci. 
Vi invito a godere del comma 4 del primo emendamento, laddove si afferma che la comunicazione della detenzione illecita del bene archeologico e il pagamento di un contributo comporta la "depenalizzazione dei reati commessi (furto, ricettazione, incauto acquisto)". Qui il sorcio fa il primo straordinario salto mortale: come può accadere che un reato penale (e qui parliamo di furto) sia depenalizzato non attraverso una legge ma grazie al pagamento di un contributo? E come può essere che se si paga il "contributo" il reato è amministrativo e se invece non lo si paga il reato diventa penale? Non si sa.
Il comma 5 poi è un vero capolavoro. Qui si stabilisce che non solo è depenalizzato il reato di furto (e che quindi è trasformato - in caso di pagamento del contributo che ogni colpa estingue - da reato penale a reato amministrativo) ma che di fatto il furto, la ricettazione o l'incauto acquito di beni archeologici viene premiato. Infagtti, a fronte del pagamento di quella che viene definita nongià una multa ma un semplice "contributo" o versamento a favore del MiBac, si acquista la legale proprietà del bene sottratto. Meraviglioso!
Taccio sulla confusione insensata tra verifica dell'intersse culturale (art. 12 CBC) e dichiarazione di interesse (art. 13 CBC) o dell'assurdo paciugo che il legislatore (ah ah ah ah) fa tra catalogazione, inventariazione, censimento e chi più ne ha più ne metta. 
Ma il sorcio, nella sua ansia depenalizzatrice, sorvola sul fatto che chi scava illecitamente provoca la devastazione dei beni e la loro perdita (si sa che i tombaroli non ci vanno tanto per il sottile) e che la mancanza di documentazione sulla sua provenienza ci impedisce di contestualizzarlo. E neanche considera che un bene sottratto alla pubblica proprietà è sottratto anche al pubblico godimento. Si tratta di dettagli. 

Cerco di concludere (sarrebbe troppo lo spazio necessario a evidenziare le perverse fantasie dell'autore dell'emendamento). 
L'emendamento stabilisce che, di fatto, se io rubo un bene archeologico mobile prodotto antecedentemente al 476  d.C. ne posso entrare in possesso legale attraverso la dichiarazione  e il pagamento di una somma di denaro inferiore ai 6000 euro. Il comma 10 dispone che qualora sia accertato si tratti di bene rubato (come se lo scavo illecito non fosse furto)  la soprintendenza possa richiederne la restituzione (bontà loro). Ma aggiunge, però, udite udite che il dichiarante potrà procedere ad azione civile contro il legittimo proprietario. 
Nella pratica: io entro nottetempo dentro il museo Egizio di Torino e mi porto a casa una bella Mummia; oppure mi intrufolo nel Museo di Cividale e mi metto in tasca un po' di gioielleria longobarda. Poi dichiaro il possesso del bene e pago 6000 euro (bontà mia). Si accerta che i beni in mio possesso sono stati rubati e la soprintendenza concorda con la sottoscritta le modalità di restituzione (non me lo ingiunge eh, si limita a chiedermelo con cortesia). Io li restituisco ma poi faccio civile causa allo Stato. 
Voglio conoscere il genio del male che ha concepito tutto questo!!
Ma il genio ha fatto di più. Ha creato una nuova categoria di beni: i beni legalmente sottraibili al proprietario. I beni archeologici dello stato (ma non solo) possono essere sottratti illecitamente. Il sottraente (non ci azzardaimo a chiamarlo ladro) deve solo versare un contributo. 
Come dire. Rubare una mummia, non è reato.



Alessandra U. mi ha mandato queste righe.

Quando ho visto il film di Virzì sul meraviglioso mondo dei call center italiani, ne sono rimasta turbata. Per alcuni dei giorni successivi sono stata più volte colta dal pensiero delle scene apparentemente surreali di quel film. Apparentemente surreali, appunto. La Repubblica di oggi (venerdì 17 ottobre), pubblica un dossier su R2 dal titolo: "Io, cavia al call center a 4 euro l'ora". Ahinoi!, non c'è nulla che non sapessimo già sull'umiliante condizione di lavoro di chi è costretto a subire le vessazioni recate da queste strutture aziendali, per lo più dedite alla raggiro di chiunque abbia la sventura di capitagli a tiro: cittadini, consumatori, lavoratori.

Di nuovo c'è che l'Operatore n. 172 del call center di Mastercom (Assago, Milano da bere!) racconta alcune delle tecniche di persuasione adottate da quelli che vengono fascinosamente chiamati "team leader" per convincere gli operatori della bontà del lavoro che fanno. Questi capi squadra (lo scrivo in italiano, così mi sento più tranquilla), incoraggiano la produttività dei loro sottoposti anche con citazioni cinematografiche come: - "Ricordate Full metal jacket? Il soldato diceva: "Il mio fucile è la mia vita. Senza il mio fucile io non sono niente". Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio!" -

Ho visto quel film, e anche tutti gli altri dedicati all'orrore del Vietnam, e chissà perché, fino a che non ho letto l'interpretazione del team leader di Assago, Alex, ero convinta che Stanley Kubrick intendesse stigmatizzare la violenza della guerra,  la disumanizzazione e la privazione della dignità umana che essa produce, l'insensatezza di certe logiche militari che spingono alla follia. Invece no, ho sbagliato tutto: la rappresentazione cinematografica di Kubrick intendeva legittimare alcune devianze e svariate forme di alienazione mentale, purché il fine venga raggiunto ed il bersaglio colpito.

Trovo, dunque,  molto interessante il progresso culturale e civile che si sta producendo nella nostra società e la rappresentazione che siamo capaci di darne, nonostante l'assurda opposizione di pochissimi cittadini eretici come gli insegnanti fannulloni,  gli studenti fannulloni, le mamme fannullone, i sindacalisti fannulloni, alcuni pensionati - notissimi all'opinione pubblica come grandi fannulloni -, taluni lavoratori dipendenti che magari domani si metteranno in testa di contrastare la proposta di riforma della disciplina dello sciopero del Ministro Sacconi (era ora che si affermasse un principio di democrazia, perciò prima di convocare lo sciopero che si faccia un referendum!). Grazie; possiamo dire finalmente alle nuove generazioni che hanno davvero tutta la vita davanti!


Trattasi di una mozione parlamentare presentata al Senato e che merita di essere divulgata per le qualità intrinseche ed estrinseche (è ben scritta, piena di informazioni utili, ottimamente documentata e persegue un fine totalmente condivisibile).


Mozione parlamentare


Il Senato della Repubblica

Premesso che:

- tra maggio e giugno del 2008 il Governo ha approvato due Decreti Legge, il DL 93/2008 (decreto ICI) ed il DL 112/2008 (misure urgenti di finanza pubblica), poi convertiti in legge con la richiesta del voto di fiducia al Parlamento, con i quali si sono realizzati, tra gli altri, gravi tagli alla spesa statale nel settore dei beni e delle attività culturali;

- tra le riduzioni di spesa stabilite dal Decreto Legge 93/2008, è stata inclusa anche la destinazione decisa dai contribuenti della propria quota dell'8 per mille dell'Irpef a favore dello Stato che, come è noto, viene poi assegnata anche alla conservazione ed al restauro del patrimonio culturale;

- la riduzione degli stanziamenti per il Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Fondo Unico dello Spettacolo stabilita nei Decreti Legge richiamati comporta gravi conseguenze sulla tenuta del nostro sistema dei beni culturali, del cinema e dello spettacolo;

- durante l'iter di conversione in legge dei DL 93 e 112 del 2008 e, poi, nel periodo successivo alla loro conversione in legge, gli organi di stampa hanno riportato le forti preoccupazioni espresse dalle associazioni più rappresentative ed impegnate nella difesa e nella valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico del nostro Paese, come il Fondo per l'Ambiente Italiano (FAI), il WWF e CIVITA, che gestisce sessanta siti culturali tra musei e siti archeologici. A queste si sono aggiunti gli allarmi per le decisioni del Governo venuti da molte personalità del mondo della cultura. Già in luglio del 2008 il Professor Salvatore Settis, Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, aveva dichiarato che se i tagli compiuti con i due decreti legge fossero rimasti invariati, si sarebbe rischiato il blocco delle attività delle Soprintendenze statali (si veda "Il Corriere della Sera" del 19 luglio 2008);

- con il Decreto legge 93/2008 sono stati tagliati 45 milioni di euro che erano destinati al ripristino dei paesaggi, per finanziare l'esenzione dall'ICI. Con lo stesso Decreto gli accantonamenti di bilancio - 15 milioni euro dal 2008 al 2010 e altri 90 nel triennio - sono stati dirottati dai Beni culturali al Fondo per gli interventi strutturali di politica economica. Il quotidiano Il Sole 24 Ore, in un articolo del 14 agosto 2008, riferisce che l'approvazione della manovra finanziaria del Governo prevista dal Decreto Legge 112/2008 comporterà nel 2009 una riduzione del bilancio del Ministero per i Beni e le Attività culturali di ben 236 milioni di euro, concentrati in un settore nevralgico come quello della tutela e della conservazione del patrimonio culturale, che perderà 205 milioni nel 2009 e 376 nel triennio. A questo si deve aggiungere una previsione di riduzione del Fondo unico dello spettacolo di quasi il 40 per cento;

- dall'edizione fiorentina del quotidiano "La Repubblica" del 12 ottobre 2008, si è appreso, inoltre, di un'ulteriore riduzione delle risorse pubbliche per il patrimonio culturale. Si tratta, in questo caso, dei fondi provenienti dal gioco del Lotto e destinati al restauro e alla conservazione dei beni culturali. Solo nella regione Toscana si sarebbe di fronte ad un ulteriore taglio di 11 milioni 254 mila euro. Una riduzione che impedirebbe il completamento di ventidue restauri in una sola regione;

- già oggi sono in grande sofferenza importanti soprintendenze e istituzioni culturali di prima grandezza come l'Opificio delle Pietre dure e la Biblioteca nazionale di Firenze perché non ancora riconosciute nella loro autonomia;

- l'11 ottobre scorso è apparso un articolo sul quotidiano "Il Corriere della Sera", nel quale si riportano le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali, Professor Salvatore Settis, nel corso di una tavola rotonda sui problemi della conservazione del patrimonio artistico italiano. Il Professor Settis ha affermato con preoccupazione che si prevede una diminuzione della spesa statale per il patrimonio culturale e paesaggistico del 95 per cento entro il 2011. Nel sottolineare che il Prof. Settis presiede il principale organo consultivo del Ministro per i beni e le attività culturali, è evidente che una riduzione degli stanziamenti statali di tale grandezza significherebbe l'impossibilità materiale per le soprintendenze di svolgere le proprie stesse funzioni di tutela, ma anche l'impossibilità di provvedere alle sole spese di funzionamento; lo stesso accadrebbe per i musei, gli archivi e le biblioteche che, peraltro, affrontano già da molti anni i gravi deficit del finanziamento delle loro spese correnti;

- sempre da Il Corriere della Sera, il 12 ottobre 2008, vengono riferite le dichiarazioni del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, il quale nel corso dell'iniziativa "Ravello Lab" organizzata da Federculture avrebbe affermato di ritenere necessario eliminare, chiudendolo, il Fondo Unico dello Spettacolo che, come è noto, costituisce tuttora l'unica fonte di finanziamento statale per tutto il sistema dello spettacolo italiano. Si tratterebbe, perciò di cancellare il finanziamento pubblico per il sostegno e la promozione, in Italia e all'estero, della musica, del teatro, della lirica, della danza, delle attività circensi e dello spettacolo viaggiante, nonché dei fondi erogati a molte delle più importanti istituzioni dello spettacolo per l'Italia e nel mondo. Solo per esemplificare, oltre a tutte le Fondazioni lirico-sinfoniche, sarebbe compromessa la sopravvivenza delle istituzioni concertistiche, del sistema dei teatri stabili pubblici, e di altre istituzioni come la mostra del Cinema della Biennale di Venezia e l'Istituto nazionale per il Dramma Antico;

- il Ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, a fronte della gravissima situazione descritta, ha più volte rassicurato il Parlamento e l'opinione pubblica sul proprio impegno per mantenere il livello delle risorse pubbliche destinate ai beni culturali e allo spettacolo all'altezza delle effettive necessità del settore, con l'obiettivo di fare del sistema culturale uno degli elementi fondamentali dello sviluppo del nostro Paese


Impegna il Governo


A mantenere gli stanziamenti pubblici statali destinati alla tutela ed alla valorizzazione del patrimonio culturale ed allo spettacolo ai livelli adeguati allo sviluppo di tutti i settori culturali nel rispetto del dettato costituzionale, nell'interesse dell'Italia e dei suoi cittadini, degli operatori e in nome della responsabilità verso le generazioni future, nonché a progettare e programmare le attività e le azioni necessarie per ridare slancio alla cultura ponendola al centro delle politiche di sviluppo del nostro Paese.


Vittoria Franco, Luigi Zanda, Antonio Rusconi, Andrea Marcucci, Vincenzo Vita, Mauro Ceruti, Mariapia Garavaglia, Umberto Veronesi

Roma, 14 ottobre 2008

images-2.jpegLeggo che si è insediata la Commissione per il futuro di Roma Capitale. Ben 50 sono i componenti. Imprenditori, economisti, medici, stilisti, rappresentanti di comunità religiose. 
C'è anche uno storico e un archeologo (forse chiamato, però, per il suo incarico di Segretario Generale del MIbac). Non è sembrato opportuno inserire uno storico dell'arte. Nessuna traccia di bibliotecari o archivisti... Come dar loro torto? D'altra parte siamo a Roma... Constato, senza grande stupore, che storici dell'arte e archeologi sembrano non avvertire alcun disagio per questa esclusione.
images.jpegLe stagioni si susseguono con regolarità e in autunno, come tutti gli anni, le foglie cadono e si tagliano i finanziamenti alla cultura. I prodromi già si intravedevano nelle scorse settimane. Dopo il grande caldo agostano e le dichiarazioni di intenti di Bondi, con l'appressarsi delle frescure settembrine s'è principiato a tirar fuori magagne e mancanze delle istituzioni culturali pubbliche: a Pompei c'è degrado, le fondazioni lirico sinfoniche non funzionano, le spese correnti sono troppo alte i depositi dei musei sono luoghi oscuri e privi di senso. Dopo le prime pioggerelline ecco arrivare il temporale di Brunetta: i musei sono polverosi, il personale è assenteista, gli enti lirici sono centri di spesa inefficienti e clientelari. Ergo? Meglio eliminare il FUS. Non che la cosa stupisca. Come si dice: tanto tuonò che piovve. Le debolezze del sistema culturale italiano escono sempre fuori in questa stagione, in clima di finanziaria si prepara il terreno per seminare i tagli alla cultura. Mai che si discuta, chessò in primavera, su come rendere efficiente il sistema e su come innalzare i consumi culturali di questo paese.
Ero convinta che questa metafora non fosse più di moda per riferirsi al patrimonio culturale nazionale. Invece, proprio l'altro giorno su la Repubblica il nuovo e mediatico sovraintendente ai beni culturali del Comune di Roma ha rivelato che sembra che sia proprio questo il senso del nuovo policy making del Comune.
Il nuovo trend si sostanzia nella proposta di affittare, anche a privati all'estero, quelle che il sovrintendente descrive come "cose normali, come le antiche lucerne. Sono lampadine, in fondo. Trattiamole come lampadine, senza inutile sacralità. Oppure le anfore: siamo pieni di anfore".

Allora. Cerchiamo di riportare la questione alla sua essenza uscendo, se possibile, dai discorsi da autobus.
La legge italiana consente sia il prestito di beni culturali per mostre ed esposizioni, sia il prestito ai privati, definito "uso individuale di beni culturali". Fin qui nulla di strano. Il prestito e lo scambio di materiali tra musei sono stati spesso occasione di splendida collaborazione tra paesi, istituzioni e tradizioni culturali diverse.
Il sovrintendente, tuttavia, sembra voler prefigurare una forma di prestito a lunga scadenza, una sorta di locazione a tempo indeterminato a titolo oneroso anche a privati e anche all'estero.
Fermo restando che la legge italiana vigente ostacola e rende soggetto ad autorizzazione ministeriale lo smembramento di collezioni, serie e raccolte (che il legislatore sembra sottoporre ad una sorta di tutela rafforzata), quello che stupisce è il bizzarro concetto che il Sovrintendente ha dei beni culturali che sembra voler (il Sovrintendente) strappare dall'alveo di testimonianza per ripiombarli nell'asfittico alveo del pregio e della bellezza più o meno individua.
Non è questione di attribuire sacralità alla lucerna antica ma semplicemente di assegnarle il ruolo di documento che le è proprio e naturale da momento che da bene fungibile è diventato, a tutti gli effetti, bene infungibile.
Le lucerne o le anfore antiche conservate nei depositi dei musei non sono tutte uguali e non sono intercambiabili (quasi mai). Quello che le rende uniche e indispensabili per disegnare il nostro passato (e per ricomporre la memoria storica) è il contesto di ritrovamento: sepoltura, horrea, casa nobile, casa plebea, edificio sacro, Roma, la provincia, il centro, la periferia della città o il contado, ecc.; il rapporto tra il luogo (o il periodo) in cui è stato realizzato il manufatto ed il luogo (o il periodo) in cui è stato rinvenuto; la quantità, la qualità o la tipologia degli oggetti ritrovati negli scavi.
Se poi parliamo di opere figurative (quadri, sculture ecc) il discorso non muta. Iconografie, tecniche, scelte collezionistiche, fortuna di un artista si palesano spesso attraverso opere "minori".
Sono tutte schedate le anfore e le lucerne che il Sovrintendente vuole affittare? Con criteri moderni? sottoposte a analisi chimico fisiche? sappiamo davvero cosa possediamo?
I depositi dei musei non sono una cantina buia o una soffitta polverosa nella quale si ripongono gli oggetti che non servono o gli abiti che non vanno più di moda. Sono gli archivi del museo e, alla stregua di un archivio, sono la fondamentale fonte di notizie e materiali per ogni studioso.
Ridurre il tutto ad una questione di carisma del bene per il grande pubblico è non comprendere quale sia il senso dell'articolo 9 della Costituzione e del mestiere di archeologo o storico dell'arte. Se poi l'operazione viene compiuta per "mettere a reddito" questo patrimonio, allora si sta semplicemente negando il ruolo pubblico in ambito culturale.
Non mi preoccupo per la conservazione dei beni. Ma se solo il Sovrintendente (e l'Assessore) si fossero preoccupati di leggere e comprendere la definizione di tutela data dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, certe affermazioni estemporanee (ce) le avrebbero risparmiate.
Art.3 "La tutela consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un'adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantire la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione".
Conoscenza, protezione, conservazione e fruizione, sono alla base della tutela e sottintendono che il bene, anche se affittate all'emiro di Abu Dhabi, non possono e non devono essere distolte dal ruolo che è loro naturale.