Il nostro petrolio…

Ero convinta che questa metafora non fosse più di moda per riferirsi al patrimonio culturale nazionale. Invece, proprio l’altro giorno su la Repubblica il nuovo e mediatico sovraintendente ai beni culturali del Comune di Roma ha rivelato che sembra che sia proprio questo il senso del nuovo policy making del Comune.
Il nuovo trend si sostanzia nella proposta di affittare, anche a privati all’estero, quelle che il sovrintendente descrive come “cose normali, come le antiche lucerne. Sono lampadine, in fondo. Trattiamole come lampadine, senza inutile sacralità. Oppure le anfore: siamo pieni di anfore“.

Allora. Cerchiamo di riportare la questione alla sua essenza uscendo, se possibile, dai discorsi da autobus.
La legge italiana consente sia il prestito di beni culturali per mostre ed esposizioni, sia il prestito ai privati, definito “uso individuale di beni culturali”. Fin qui nulla di strano. Il prestito e lo scambio di materiali tra musei sono stati spesso occasione di splendida collaborazione tra paesi, istituzioni e tradizioni culturali diverse.
Il sovrintendente, tuttavia, sembra voler prefigurare una forma di prestito a lunga scadenza, una sorta di locazione a tempo indeterminato a titolo oneroso anche a privati e anche all’estero.
Fermo restando che la legge italiana vigente ostacola e rende soggetto ad autorizzazione ministeriale lo smembramento di collezioni, serie e raccolte (che il legislatore sembra sottoporre ad una sorta di tutela rafforzata), quello che stupisce è il bizzarro concetto che il Sovrintendente ha dei beni culturali che sembra voler (il Sovrintendente) strappare dall’alveo di testimonianza per ripiombarli nell’asfittico alveo del pregio e della bellezza più o meno individua.
Non è questione di attribuire sacralità alla lucerna antica ma semplicemente di assegnarle il ruolo di documento che le è proprio e naturale da momento che da bene fungibile è diventato, a tutti gli effetti, bene infungibile.
Le lucerne o le anfore antiche conservate nei depositi dei musei non sono tutte uguali e non sono intercambiabili (quasi mai). Quello che le rende uniche e indispensabili per disegnare il nostro passato (e per ricomporre la memoria storica) è il contesto di ritrovamento: sepoltura, horrea, casa nobile, casa plebea, edificio sacro, Roma, la provincia, il centro, la periferia della città o il contado, ecc.; il rapporto tra il luogo (o il periodo) in cui è stato realizzato il manufatto ed il luogo (o il periodo) in cui è stato rinvenuto; la quantità, la qualità o la tipologia degli oggetti ritrovati negli scavi.
Se poi parliamo di opere figurative (quadri, sculture ecc) il discorso non muta. Iconografie, tecniche, scelte collezionistiche, fortuna di un artista si palesano spesso attraverso opere “minori”.
Sono tutte schedate le anfore e le lucerne che il Sovrintendente vuole affittare? Con criteri moderni? sottoposte a analisi chimico fisiche? sappiamo davvero cosa possediamo?
I depositi dei musei non sono una cantina buia o una soffitta polverosa nella quale si ripongono gli oggetti che non servono o gli abiti che non vanno più di moda. Sono gli archivi del museo e, alla stregua di un archivio, sono la fondamentale fonte di notizie e materiali per ogni studioso.
Ridurre il tutto ad una questione di carisma del bene per il grande pubblico è non comprendere quale sia il senso dell’articolo 9 della Costituzione e del mestiere di archeologo o storico dell’arte. Se poi l’operazione viene compiuta per “mettere a reddito” questo patrimonio, allora si sta semplicemente negando il ruolo pubblico in ambito culturale.
Non mi preoccupo per la conservazione dei beni. Ma se solo il Sovrintendente (e l’Assessore) si fossero preoccupati di leggere e comprendere la definizione di tutela data dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, certe affermazioni estemporanee (ce) le avrebbero risparmiate.
Art.3 “La tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantire la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione“.
Conoscenza, protezione, conservazione e fruizione, sono alla base della tutela e sottintendono che il bene, anche se affittate all’emiro di Abu Dhabi, non possono e non devono essere distolte dal ruolo che è loro naturale.

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4 Responses to Il nostro petrolio…

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