babele

Febbraio 2009 Archives

Dell'articolo di Baricco hanno parlato un po' tutti.
Io un principio lo condivido: i soldi pubblici per la cultura si spendono malissimo e il sistema basato sui finanziamenti diretti dovrebbe essere limitato alle tipologie di produzioni più deboli. 
Ma questo vale solo se si dà vita ad un solido sistema di defiscalizzazione e detassazione degli investimenti e della sponsorizazione privata e si forniscono strumenti che facilitino l'attività di produzione (accesso al credito, miglioramento dei servizi forniti dalla PA, stimolo al consumo ecc.). Il che, però, non si traduce necessariamente nella riduzione della spesa da parte del settore pubblico ma potrebbe, piuttosto, moltiplicare l'offerta, migliorarla qualitativamente, creare una vera imprenditoria culturale. 
Ma, come ho spesso ripetuto, la crescita dell'offerta non comporta una proporzionale crescita della domanda. 
Le ragioni della esiguità dei consumi culturali in Italia sono tanti (uno fra tutti è da ricercare nel fatto che l'industria culturale nasce in un epoca in cui il pubblico di massa della cultura non esisteva) e consiglio di leggere il libro di David Forgacs sulla Industrializzazione della cultura in Italia 1880 - 2000. 
Concordo con Baricco quando dice che le televisioni commerciali non hanno fatto altro che occupare spazi disabitati insinuandosi in una frattura che esisteva già da tempo. Le TV commerciali non hanno trasformato un popolo di santi, poeti e intellettuali in una mandria di guardoni, disimpegnati e ignoranti. Ma certamente ha proposto pervasivamente modelli lontani da ogni idea di crescita culturale, capacitazione e competenza nelle scelte. 
Qui si apre una contraddizione. 
Per quale ragione la televisione dovrebbe essere ulteriormente finanziata per fare qualcosa che oggi non fa pur essendo finanziata per farlo?
Mi spiego. La televisione pubblica richiede agli spettatori un canone in ragione del suo essere televisione di servizio. Malgrado ciò non si comporta da servizio pubblico: pochissimo teatro, pochissima musica, niente danza, niente programmi culturali, pochissima informazione (nessun programma di approfondimento sulla politica internazionale), pochissimo cinema di qualità in prima serata, pochissima diffusione dei temi legati al pensiero filosofico, alla storia, all'arte, alle mostre. E potrei andare avanti così. 
Cosa ha impedito fino ad oggi a mamma Rai di fare tutto ciò? e per quale ragione lo spostamento di denaro dalla produzione teatrale alla televisione pubblica dovrebbe indurla a farlo? Non è già nella sua missione? 
La scuola, a sua volta potrebbe fare molto più di ciò che fa. La crescita della cultura del dilettantismo tra gli studenti sarebbe un ottimo mezzo per creare capacità di lettura e comprensione dei linguaggi della musica, del teatro e così via. Vorrei però fare un appunto a Baricco: quando dice che abbiamo studenti che ne sanno più di Verdi che di chimica, sbaglia. L'Italia è uno dei paesi in cui la cultura scientifica è più negletta (e diciamo grazie a Benedetto Croce). Quasi tutti sanno cosa è la Divina Commedia. Pochissimi saprebbero spiegare un banale problema matematico. 

Infine (che è ora di cena). Innanzi tutto l'editoria gode anche essa di provvidenze pubbliche (più o meno dirette) e lo stesso dicasi dell'industria discografica. E non concordo quando si dice che fanno cultura. Sono più semplicemente i vettori/diffusori dei prodotti culturali. Pubblicano quello che vogliono e quello che va. Sono imprenditori. Non necessariamente operatori culturali. E i librai sono commercianti di libri, come gli antiquari sono commercianti di antichità. E chi entra in libreria compra quello che trova e non quello che vorrebbe trovare. 
Il che, mi si permetta, non è cosa da poco.

Lo so, sono stata confusa e poco conseguente. Forse farò di meglio in seguito.

questa mattina andrò alla conferenza stampa delle associazioni di tutela contrarie al commissariamento dell'area archeologica romana. 
alle 11 alla sala della stampa estera in via dell'umiltà.

poi, casomai, vi racconto.
libri.jpegLa Biblioteca Nazionale di Roma è, tutto sommato, un gran bel posto. 
Per quanto mi riguarda, l'idea di un luogo nel quale basta una richiesta per poter consultare un qualsiasi libro, è assolutamente esaltante. Periodici, libri antichi, libri moderni, cataloghi di mostre, atti di convegni. Un vero paese del bengodi. 
Basta entrare, attraversare l'atrio, fare la tesserina (che viene consegnata in un paio di minuti) e poi perdersi tra i cataloghi cartacei o, ancor meglio, on line. 
Tra l'altro oggi è possibile controllare dove un tale libro o un tale periodico è conservato grazie ai servizi del polo SBN accessibili a tutti attraverso un semplice computer e un collegamento alla rete.
Insomma, è un servizio davvero straordinario per chi studia o anche per chi è solo curioso. 

Dal 7 gennaio, però, a causa della mancanza di personale, la distribuzione di libri termina alle in un orario compreso tra le 12 e 30 e le 14 (a seconda del tipo di materiale richiesto).
Dopo di allora, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato...
Il problema è stato causato dalla fine del progetto che impegnava i volontari del servizio civile che, fino a poche settimane fa, hanno assicurato l'erogazione di diversi servizi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. 
Di assumere personale non se ne parla, è evidente. 
Nelle medesime condizioni si trova la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. 

Tutto questo accade mentre a Roma si apre il ciclo di incontri "I giovedì di Santa Marta" in cui i soliti noti presenteranno le loro recenti produzioni letterarie e il Ministro, in un comunicato stampa dello scorso 4 febbraio in cui presenta con orgoglio l'iniziativa, "ci conferma ancora una volta la sua attenzione per il libro e la lettura".

Evidentemente abbiamo un'idea diversa di cosa significhi prestare attenzione ai libri e alla lettura. 

trota.jpeg
Leggo con viva soddisfazione che il Renzo Bossi è stato designato nel comitato di presidenza dell'Osservatorio sulla trasparenza e l'efficacia del sistema fieristico lombardo. 

La nomina del Renzo fa rima con trasparenza.
La carriera del Renzo è in armonia con l'efficacia. 

I milanesi sono in buone mani. 
La competenza e il merito sono garantiti. 

PS. Ringrazio Lucia Munalli per la segnalazione mattutina.
La notizia è di qualche giorno fa. 
Il Ministro Bondi ha annunciato la nomina di un Commissario per le aree archeologiche di Roma e di Ostia Antica e l'apertura di un tavolo tecnico, composto da esponenti del MiBAC e del Comune di Roma, "affinché le competenze statali e comunali sull'area archeologica siano comunemente indirizzate alla tutela, valorizzazione e promozione di tutto il sito attraverso la lotta al degrado, la messa in sicurezza dei monumenti e una strategia di comunicazione per rendere i luoghi accessibili e riconoscibili ai visitatori".
Il Commissario straordinario, a sua volta, dovrà mettere mano alle problematiche dell'intera area archeologica di Roma e di Ostia Antica.
A commento di queste decisioni sono usciti alcuni articoli (uno dei migliori è certamente quello di Vittorio Emiliani su l'Unità del 1 febbraio scorso). 
Non ripeterò quanto è stato già scritto a questo proposito.
Ma una riflessione è doverosa. Si commissaria quando si stabilisce che i normali strumenti di governo sono insufficienti o inadatti a raggiungere l'obiettivo (o missione). 
Nel caso specifico il commissario in pectore sembra essere il Sottosegretario Bertolaso che sarà affiancato dall'Assessore capitolino alla Pianificazione del Territorio Marco Corsini: quindi l'assessore all'urbanistica le cui funzioni, fino ad ora sottoposte al controllo e alla vigilanza anche dei soprintendenti archeologici, ora saranno sottoposte al controllo e alla vigilanza di lui stesso: tanto per semplificare le procedure e abbreviare i tempi.
Non ho mai fatto la difesa strenua e cieca dell'apparato tecnico scientifico del MiBAC tra il quale, come sempre accade, si riconoscono diseguali livelli di qualità e di competenza professionale. Non sempre l'operato delle soprintendenze è stato encomiabile, ma spesso è stato letteralmente provvidenziale per la conservazione del patrimonio. In quell'apparato emergono, comunque, eccellenze assolute. 
Tuttavia si è commissariato e si sono scelte figure di commissari del tutto esterne al settore dell'archeologia (le cui competenze non si formano sulla semplice base del buon senso). E' difficile non intravedere in quell'atto del Ministro una espressione di sfiducia nei confronti dell'apparato tecnico scientifico del MiBAC. 
Il Ministro, la politica in genere, sembrano sentirsi, però, del tutto estranei ed incolpevoli rispetto alle carenze ed ai problemi di cui soffre il settore. 
Ma chi conosce appena le problematiche che percorrono il mondo del patrimonio culturale, sa bene che la carenza di fondi, la farraginosità dei procedimenti, la scarsa autonomia delle soprintendenze e degli istituti museali, la mancanza di strumentazione adeguata, gli organici incompleti hanno un ruolo primario rispetto ai problemi dei beni culturali. 
E la politica ha responsabilità enormi rispetto a certe derive. 
Ora si danno al Commissario straordinario poteri speciali di protezione civile che potranno anche derogare alla normativa ordinaria, con poteri straordiari che permettono di superare con un sol passo quelle farraginosità che i funzionari dello Stato (ma anche quelli del Comune) devono scalare ogni giorno.

Basta trovare un colpevole fuori da se. E il problema è risolto. 
E' così che nascono i serial killer.