Dell'articolo di Baricco hanno parlato un po' tutti.
Io un principio lo condivido: i soldi pubblici per la cultura si spendono malissimo e il sistema basato sui finanziamenti diretti dovrebbe essere limitato alle tipologie di produzioni più deboli.
Ma questo vale solo se si dà vita ad un solido sistema di defiscalizzazione e detassazione degli investimenti e della sponsorizazione privata e si forniscono strumenti che facilitino l'attività di produzione (accesso al credito, miglioramento dei servizi forniti dalla PA, stimolo al consumo ecc.). Il che, però, non si traduce necessariamente nella riduzione della spesa da parte del settore pubblico ma potrebbe, piuttosto, moltiplicare l'offerta, migliorarla qualitativamente, creare una vera imprenditoria culturale.
Ma, come ho spesso ripetuto, la crescita dell'offerta non comporta una proporzionale crescita della domanda.
Le ragioni della esiguità dei consumi culturali in Italia sono tanti (uno fra tutti è da ricercare nel fatto che l'industria culturale nasce in un epoca in cui il pubblico di massa della cultura non esisteva) e consiglio di leggere il libro di David Forgacs sulla Industrializzazione della cultura in Italia 1880 - 2000.
Concordo con Baricco quando dice che le televisioni commerciali non hanno fatto altro che occupare spazi disabitati insinuandosi in una frattura che esisteva già da tempo. Le TV commerciali non hanno trasformato un popolo di santi, poeti e intellettuali in una mandria di guardoni, disimpegnati e ignoranti. Ma certamente ha proposto pervasivamente modelli lontani da ogni idea di crescita culturale, capacitazione e competenza nelle scelte.
Qui si apre una contraddizione.
Per quale ragione la televisione dovrebbe essere ulteriormente finanziata per fare qualcosa che oggi non fa pur essendo finanziata per farlo?
Mi spiego. La televisione pubblica richiede agli spettatori un canone in ragione del suo essere televisione di servizio. Malgrado ciò non si comporta da servizio pubblico: pochissimo teatro, pochissima musica, niente danza, niente programmi culturali, pochissima informazione (nessun programma di approfondimento sulla politica internazionale), pochissimo cinema di qualità in prima serata, pochissima diffusione dei temi legati al pensiero filosofico, alla storia, all'arte, alle mostre. E potrei andare avanti così.
Cosa ha impedito fino ad oggi a mamma Rai di fare tutto ciò? e per quale ragione lo spostamento di denaro dalla produzione teatrale alla televisione pubblica dovrebbe indurla a farlo? Non è già nella sua missione?
La scuola, a sua volta potrebbe fare molto più di ciò che fa. La crescita della cultura del dilettantismo tra gli studenti sarebbe un ottimo mezzo per creare capacità di lettura e comprensione dei linguaggi della musica, del teatro e così via. Vorrei però fare un appunto a Baricco: quando dice che abbiamo studenti che ne sanno più di Verdi che di chimica, sbaglia. L'Italia è uno dei paesi in cui la cultura scientifica è più negletta (e diciamo grazie a Benedetto Croce). Quasi tutti sanno cosa è la Divina Commedia. Pochissimi saprebbero spiegare un banale problema matematico.
Infine (che è ora di cena). Innanzi tutto l'editoria gode anche essa di provvidenze pubbliche (più o meno dirette) e lo stesso dicasi dell'industria discografica. E non concordo quando si dice che fanno cultura. Sono più semplicemente i vettori/diffusori dei prodotti culturali. Pubblicano quello che vogliono e quello che va. Sono imprenditori. Non necessariamente operatori culturali. E i librai sono commercianti di libri, come gli antiquari sono commercianti di antichità. E chi entra in libreria compra quello che trova e non quello che vorrebbe trovare.
Il che, mi si permetta, non è cosa da poco.
Lo so, sono stata confusa e poco conseguente. Forse farò di meglio in seguito.

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