Leggo l'articolo di Sandro Fontana su Libero.
Quello che si dice un articolo virulento. Virulento nell'attacco diretto nei confronti della sinistra, di Salvatore Settis e nella difesa del ministro Bondi. Virulento nella difesa di una valorizzazione che quasi quasi sembra addirittura il finanziatore della tutela.
Ma vediamo un po' di cosa si tratta. Il Fontana parte dalla questione delle dimissioni di Salvatore Settis dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali accusato di essere un esponente della "cultura militante" e di non essere ricorso alle vie gerarchiche per presentare le sue doglianze rispetto alle politiche condotte fino a oggi dal Ministro. Per queste ragioni è stato giusto che il Ministro, che lo aveva graziosamente tenuto malgrado (si direbbe) fosse stato nominato da Rutelli, ha ben agito dimissionandolo e sostituendolo con Carandini.
Aggiunge poi che i tagli al ministero sono giusti in quanto imposti dalla crisi e che bisogna farla finita con la mentalità vincolistica e avanzare verso la vera priorità rappresentata dalla valorizzazione.
Allora. Intanto di militanti della cultura magari ce ne fossero. Sono purtroppo trascorsi i tempi in cui personaggi come Giulio Carlo Argan, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Corrado Alvaro, Giuseppe Cederna, Lionello Venturi, Cesare Brandi, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Prezzolini e tanti altri che adesso non mi vengono in mente, univano all'attività di intellettuali l'impegno nella società.
Andrebbe poi ricordato che Salvatore Settis fu chiamato da Urbani e da Buttiglione e che la nomina a capo del Consiglio Superiore fu solo il prosieguo di una collaborazione con i vertici politici (di centro destra) del MiBAC. Viene da domandarsi se la militanza di Settis si sia materializzata solo negli ultimi 11 mesi o se fosse presente anche prima. Fermo restando che, a ben guardare, la vena critica di Settis non ha mai mostrato particolari preferenze dal punto di vista politico. Se poi si ritiene che il vertice del Consiglio Superiore debba essere acritico, tanto vale abolirlo.
Non posso, poi, concordare con l'autore dell'articolo quando afferma che in mancanza di valorizzazione verrebbero meno le risorse da destinare alla tutela. Innanzi tutto perché non è necessariamente detto che la valorizzazione produca introiti diretti: non si può pensare, cioé di valorizzare solo i beni cosiddetti carismatici che attirano le masse di visitatori. Il tessuto italiano è fatto di un brulichio di beni meno attraenti o di più complesso approccio da parte dei fruitori che non è pensabile abbandonare a loro stessi. A questo si aggiunga che se solo calcolassimo quanta parte del PIL è prodotto dal patrimonio culturale ci accorgeremmo che il patrimonio culturale potrebbe vantare un credito immenso. Peraltro io credo che vi sia poca chiarezza, ancora una volta, su cosa l'ordinamento italiano intenda per valorizzazione del patrimonio culturale che consiste, secondo il Codice dei Beni Culturali: nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio cultiurale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Ecco si parla di assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica e non le condizioni piu vantaggiose economicamente per i proprietari dei beni. Valorizzare bene potrebbe costare più di quanto fa guadagnare mandando a gambe all'aria il teorema di Fontana.
Infine, come dice Fontana, la tutela è un dovere costituzionale (esattamente come la libertà religiosa, il ripudio della guerra, l'indivisibilità della Repubblica) e quindi, aggiungo io, non è negoziabile. Non può dipendere da elmenti esterni. A nessuno verrebbe in mente di dire: poiché c'è la crisi, deroghiamo all'articolo 11 della Costituzione e invadiamo la Svizzera. Allo stesso modo non si può affermare che visto che c'è la crisi si deroga al dovere della Repubblica di tutelare il patrimonio storio artistico della nazione.
