babele

Novembre 2009 Archives

Ci scuserà Pessoa per l'uso improprio (ed ironico) del titolo, ma sembrava adatto.
Ho evitato per l'intero finesettimana di leggere la lettera di Bondi a Il Foglio a proposito della Giornata dello Spettacolo presso il Quiranale dello scorso 12 novembre. Ma poi ci sono cascata...
I contenuti della lettera del Ministro sono quelli che sono: attori, registi, teatranti sono servi, accattoni, schiavi e, sopprattutto, irridenti verso di lui che, incompreso, tenta di liberarli dal loro stato di schiavi attraverso la previsione di leggi che "non contempleranno più la posa prona, il servaggio, l'accattonaggio dell'artista al politico". Quasi si pente, poi, di aver reintegrato il Fus (e quindi di non aver seguito il consiglio di Brunetta di chiudere i rubinetti) visto che attori e registi non sono mossi dal fuoco dell'arte ma da un "pregiudizio politico ostinato".

Bene, questi i fatti.
Una notazione per iniziare. Non so bene cosa abbiano fatto Giovanna Mezzogiorno e Massimo Ranieri per apparire irridenti nei confronti di Bondi e servili verso il Presidente della Repubblica. A pensar male si potrebbe dire che forse il Ministro abbia sofferto di non essere lui stesso fatto segno di sufficienti dimostrazioni di rispetto e di adeguate genuflessioni. Ma questo a pensar male.
D'altro canto, se dimostrazioni di rispetto sono comportamento congruo nei confronti di un ospite, lo sono a maggior ragione nei confronti del Presidente della Repubblica. Ma anche queste sono questioni di lana caprina.

Il tema vero, quello che motiva il titolo di questo post, sono le affermazioni circa le previsioni di leggi che libereranno gli schiavi dal loro stato di servaggio. Bondi/Spartacus, tuttavia, non ci spiega quali siano le risolutive proposte di legge che ha presentato fino ad oggi in Parlamento o in Consiglio dei Ministri..
A quanto risulta, l'unica proopsta di legge che affronta le questioni dello spettacolo attualmente all'esame del Parlamento è la proposta di legge quadro sullo spettacolo dal vivo: AC 136 Carlucci e abbinate (C. 459 Ciocchetti, C. 769 Carlucci, C. 1156 Ceccacci Rubino, C. 1183 De Biasi, C. 1480 Zamparutti, C. 1564 Giammanco, C. 1610 Zazzera, C. 1849 Rampelli, C. 1935 Caparini e C. 2280 Goisis).

Se poi l'Abramo Lincoln di piazza del Collegio Romano si riferisce al Tax Credit va ricordato - ancora una volta - che quel provvedimento fu voluto dal Ministro Rutelli, successivamente soppresso dal Governo Berlusconi e infine reintegrato dopo le proteste degli schiavi in questione. Ma di estensione del Tax Credit e Tax Shelter alle attività dello spettacolo dal vivo ancora non se ne vede traccia.
Proposte di legge quadro sul cinema non mi pare siano state presentate dal Minstro e il settore continua a vivacchiare secondo meccanismi che, nella sostanza, risalgono ad una settantina di anni fa.

Fino ad oggi l'attività di questo governo si è sostanziata in un'altalena di tagli e concessioni di parziali reintegri di fondi. E, lo sa bene il Ministro, sono le regole certe che liberano i cittadini (teatranti o meno) dalla schiavitù e dalla dipendenza dalla politica, e non le concessioni o i favori.
Perché le parole del Mininstro rivelano una grave contraddizione, quasi un lapsus, laddove si scaglia contro "l'accattonaggio dell'artista al politico" e poi scrive che forse sarebbe dovuto pentire di aver reintegrato il FUS.
Perché se da un lato l'ammontare del Fus non dovrebbe dipendere dall'umore del Ministro o dalla sua irritazione nei confronti di attori o saltimbanchi (chè questo è il modo di creare soggezione), d'altra parte i finanziamenti allo spettacolo non sono semplicemente una dazione ad alcune categorie, ma un modo di sostenere un'attività di cui fruiscono, prima di tutti i cittadini. E questo non può essere il prodotto della buona volontà o della buona disposizione del ministro o del governo.

Infine una riflessione sul metodo. Le leggi, le regole, le cornici all'interno delle quali gli addetti si muovono, non sono prodotte dalle categorie stesse, ma sono definite dalla politica e dai governi. Se questo governo, e gli altri prima di esso, non sono stati in grado di dar vita ad un sistema capace di selezionare i soggetti destinatari dei contributi, la colpa, mi spiace dirlo, non è degli addetti, ma della politica e dei governi. Poi, non c'è dubbio, che il mondo dello spettacolo ci ha messo del suo.
Ma il Ministro non è una vergine guerriera che combatte contro le ingiustizie.
Perché o si è parte della soluzione o si è parte del problema.
E Bondi non sembra essere parte della soluzione.  
Memore di una lezione collettiva con due colleghi tenuta la scorsa primavera all'Università della Calabria, ho seguito con attenzione il recente dibattito sulla stampa a proposito dell'eventuale traasferimento dei Bronzi di Riace per provvedere ad alcuni restauri.
La stampa regionale, gli amministratori di Reggio Calabria, la politica locale, la popolazione si è fieramente opposta all'eventualità ottenendo, alla fine, che i Bronzi rimangano in sito e che gli eventuali restauri si effettuino in loco.
Bene, male? Non lo so. Non saprei dire se fosse più opportuno trasferirli per qualche mese a Firenze o a Roma o se invece sia possibile intervenire con la medesima efficacia anche a Reggio.

La questione è diversa e concerne la vera e propria isteria collettiva che si produce in Calabria ogni volta che si parla dei Bronzi di Riace.
Opere di grande (grandissimo) interesse archeologico e storico artistico, sono diventati un'allegoria, un simbolo per tutti i calabresi. E come spesso accade per i simboli, il loro significato vero, si è andato a perdere dietro a sensi e logiche che pochissimo hanno a che fare con i Bronzi intesi come testimonianza della cultura antica.
Allora. Il museo archeologico di Reggio Calabria ha avuto nel 2008 poco più di 130 mila visitatori. Pochi, pochissimi: una quantità ridicola specie se confrontata alla esibita attenzione di amministratori, politici, popolazione e studenti. Specie se pensiamo che la Calabria conta circa 2 milioni di abitanti e che quindi, poco più del 5 per cento di quei tifosi hanno deciso di perdere mezz'ora per andare a vedere i due monumentali bronzi. Per tacere del fatto che Reggio Calabria di abitanti ne conta poco meno di 800 mila e che, quindi, neanche un reggino su 6 ha trovato il tempo per andare a far visita ai due ospiti di Riace.

Malgrado tutto questo, in Calabria non si parla altro che dei Bronzi. Magari ci si dimentica della straordinaria teoria di siti archeologici (Sibari, Monasterace, Vibo, Capo Colonna, Scolacium, Punta Alice ecc.) delle decine di castelli normanni, aragonesi e svevi che resistono (a fatica) all'assalto della speculazione edilizia, delle basiliche e delle cattedrali, dei musei che punteggiano la regione, ma i Bronzi sono sulla bocca di tutti. Non li si conoscono tanto quanto non si conosce il resto della regione, ma se ne chiacchiera tanto.

I Bronzi sono un elemento drammaticamente perturbante nella gestione (o almeno tentativo di gestione) del patrimonio culturale calabrese. Sono l'alibi, il tema che distrae da tutto il resto.
Ai due poveri Bronzi sono state attribuite abilità salvifiche per l'economia, il turismo e la cultura della regione. Si è fatto credere (e si è voluto credere) che la loro semplice presenza potesse vivificare l'intero sistema. A prescindere da un sistema turistico precario, dalla carenza di investimenti, dalla devastazione delle coste, dalla speculazione edilizia, dalla mancanza di un bacino di utenza locale. A prescindere da tutto si è posta sulle spalle (che sono pure ben solide) dei due bronzi la responsabilità del (ri)lancio turistico della Calabria.
Ci sarebbero tante considerazioni da fare sul fatto che i due Bronzi non appartengono ai soli calabresi, ma all'intera umanità, che non sono patrimonio calabrese ma nazionale. O sul fatto che neanche i due ragazzi di Riace sono eloquenti e autoevidenti. E' necessario conoscere la loro storia (quella che si conosce ed è stata studiata almeno), il contesto culturale da cui provengono, la tecnica di esecuzione e così via. Altrimenti si corre il rischio del feticismo, che essi diventino idoli apotropaici e non testimonanze.

Il Ministro Bondi ha stabilito che non siano portati altrove per essere restaurati. E tutti sono contenti. I due Bronzi, impropria sineddoche del patrimonio culturale della Calabria, sono salvi nel loro museo (tristi e solitari). La Calabria ha vinto. Il patrimonio culturale calabrese, no.
Mi rifaccio ad alcune recenti dichiarazioni del Direttore Generale del MiBAC sullo stato dei siti culturali italiani. Resca (il DG in questione) ci dice che per migliorare lo stato di musei e siti italiani è necessario "snellire la burocrazia e supportare gli investimenti privati".

La reazione che qualunque persona di buon senso dovrebbe avere è domandare:  e quindi?

Eh si. Perché dire che si deve snellire la burocrazia e supportare gli investimenti dei privati, è come dire che è necessario migliorare efficienza e efficacia dell'azione pubblica. E' ovvio.
Un po' come le concorrenti a Miss Italia che dichiaravano che il loro sogno era la pace nel mondo e la concordia universale.
Proporre "obiettivi" vaghi e, diciamocelo, un bel po' scontati, trascurando di spiegare quale dovrebbe essere il metodo per ottenerli, è un po' troppo facile. Mi verrebbe da dire che ne sono capace anche io... e da un direttore generale ci aspettiamo qualcosa di più.

Perché resta da stabilire, e scusate se è poco, cosa si debba intendere per efficacia ed efficienza nel settore della cultura.
Significa aumentare in maniera indefinita il numero dei visitatori dei musei senza badare al risultato della visita?
Significa sfruttare il più intensamente possibile i siti più noti ed attraenti trascurando quelli meno carismatici esattamente come si farebbe nel caso della produzione di beni di consumo?
Cosa significa efficacia in questo settore? A cosa deve mirare l'efficienza della PA?
Alla crescita delle competenze culturali dei cittadini o al perseguimento del pareggio di bilancio?
Insistere sul fatto che si deve comunicare "di più e meglio" come afferma Resca, è senza senso se non si stabilisce cosa si deve comunicare.

Queste, come altre dichiarazioni, sembrano una conferma della dilagante retorica di un management troppo spesso quasi completamente ignaro dei principi sottesi all'impegno pubblico nel settore della cultura oltre che della natura dei beni che dovrebbe gestire.


L'idea era quella di mettere da parte il blog per un po' di tempo, mentre lavoravo alla trasmissione su REDTV.
Invece, se fossi stata più furba lo avrei capito prima, la quantità di sollecitazioni in questo periodo è molto crescituta e con essa anche i temi sui quali riflettere.

Questo senza considerare che i 30 minuti di Stendhal non riescono mai ad esaurire i temi che affronto. ed il blog può essere un modo per inserire informazioni aggiuntive.